Gentile lettore, puoi leggere, scaricare, stampare o ascoltare il racconto dedicato alla mia amata città. Nel video puoi ammirare il tramonto che mi ha ispirato. Grazie a queste pagine d’amore e di speranza, ho dato voce a tutte quelle emozioni che la mia adorata Milazzo, mi ha trasmesso nei miei primi 40 anni.

 

Il video contiene sia il testo che la voce narrante dell’autore. Si consiglia l’ascolto in cuffia.


IO RESTO QUI

di Luigi Cama

Scene di vita quotidiana, piccoli quadri di cronaca familiare in un tardo pomeriggio d ‘estate sul lungomare di Ponente, descritti con poche ma efficaci pennellate, come la tela di un pittore impressionista, e toni di dolce malinconia che si aprono, nel finale, al sollievo della rivendicazione di un nuovo futuro di libertà.

2° classificato al 1° Concorso letterario “Castello di Carta” – Milazzo 2015


Davide ama giocare con l’acqua.

I suoi piedini affondano tra le pietre lisce, mentre le onde, lentamente, bagnano le sue caviglie, si fermano il tempo di farlo gioire e poi si ritirano. È l’occasione giusta per rincorrerle. Davide sa che quell’inseguimento sarà breve: infatti, ancora una volta, il mare lo sorprende travolgendo dolcemente quei piccoli piedini, con nuove piccole onde.  La risata del bambino contagia l’anziana straniera, che osserva la scena divertita. Davide continua a giocare sotto lo sguardo vigile della madre, fino a quando i suoi occhi pieni di vita, si fermano su quel volto candido accarezzato dal sole. Con un sorriso e due schizzi d’acqua, Martina lo incoraggia a ripetere quel gioco innocente. Poco più in là due bambini litigano e la donna viene rapita da una grande malinconia: si rivede bambina, con il cappellino giallo, e nonostante i braccioli rassicuranti, teme quell’immensa distesa d’acqua blu di cui non scorge la fine, in quell’orizzonte a tratti interrotto da montagne che, un giorno, scoprirà essere le isole Eolie. Suo fratello, di poco più grande di lei, la spaventa, prova a tirarla prepotentemente in acqua. Lei piange e si dispera.

Accorre in suo aiuto il grande eroe dagli occhi scuri e dalle braccia forti, che la avvolgono e la sollevano, allontanandola da quella peste che fugge, sotto lo sguardo autorevole del padre. Solo lui ha il potere di calmarla e solo con lui è disposta a rischiare, a sfidare le sue paure. Tra le sue braccia possenti si allontana dalla riva sicura. La sua manina affonda nell’intento di raggiungere quelle rocce vive in fondo al mare, ma si protende troppo e le sue labbra baciano l’acqua salata. Si tira indietro aggrappandosi al padre che le sorride e le chiede se è buona.

Lei la assapora, porta la manina al naso per rimuovere qualche goccia di troppo, guarda ancora il mare sotto i suoi piedi e si ferma, incantata dalla luce riflessa del sole. Le urla del piccolo Davide la ridestano. Il bambino batte i piedi e indica con la manina un gabbiano che audace, si è posato poco più in là, per curiosare sulla spiaggia. Ma è già l’ora della merenda!

Martina sa che non sarà facile convincerlo ad uscire. Nell’ombrellone accanto, un’altra mamma ha avuto la stessa idea: chiama a raccolta i suoi tre figli che non l’ascoltano. Martina osserva la scena dalla riva, costretta a sollevare un po’ il capo per superare il dislivello della spiaggia di ponente. La donna ricorda quando anche lei, dodicenne, faceva urlare sua madre per lo stesso motivo; quest’ultima invocava l’intervento del marito che si tuffava tra le onde del mare agitato, prendeva tra le braccia la figlia e la portava fuori per poi scaraventarla sulle morbide pietruzze, presenti nella parte più alta dell’immensa spiaggia, dove i ragazzi giocavano sempre a calcio o a pallavolo. Martina ricorda ancora che nell’attimo prima di giungere al suolo, vedeva il magico castello capovolto.

Ancora oggi si sente così piccola nel trovarsi ai piedi della grande grotta, dove un tempo vi dimorava il figlio del dio del mare: il ciclope Polifemo. Da bambina ascoltava affascinata i racconti degli anziani della ‘Ngonia del Tono, in quelle surreali notti d’estate, seduti sulle sedie di legno, all’aperto, proprio sui marciapiedi; conosceva quelle storie a memoria, sapeva che appartenevano al mito, all’antichità. Si sentiva al sicuro, sapeva che non si era mai più visto un gigante con un occhio solo, anche se, si raccontava di un dente enorme ritrovato all’interno della città murata. Erano storie che appartenevano ad un lontano passato, ormai innocuo. Ma ad una certa ora i più anziani e burloni amavano spaventare i bambini con le storie più tetre del paese. Storie senza tempo, nate dal nulla e tuttavia recenti. C’era sempre qualcuno pronto a giurare di aver incontrato, lungo la strada, l’ombra di chi in quel luogo, per un motivo o per un altro, aveva perso la vita, morendo di morte violenta. A lei non piacevano quelle storie, ma una in particolare l’aveva incuriosita. L’anziano che la raccontava aveva una voce e un modo di gesticolare che la turbavano, ma non poteva fare a meno di ascoltarlo. Ogni volta sentiva un brivido gelido percorrerle la schiena, quando giungeva al punto in cui l’ignaro malcapitato protagonista del racconto, scopriva di essere di fronte al famigerato pirata senza testa. Martina, improvvisamente, si rende conto di aver scavato troppo a fondo nei ricordi e nota l’assenza del bambino. Lo cerca in mare, teme il peggio, sente l’ansia crescere, si gira velocemente da una parte all’altra, ma non lo vede. L’anziana straniera la tranquillizza indicando l’ombrellone verde. L’impavido Davide, forse spinto dalla fame, si è già procurato la merenda rovistando nella borsa arancione. Martina tira un bel respiro e lo raggiunge raccogliendo tutti gli oggetti, che l’adorabile monello ha disseminato attorno a se. Recupera anche la carta che avvolgeva la merenda e spiega amorevolmente al figlio, che le cose a terra non si gettano. Gli fa una carezza e si distende vicino a lui per approfittare dell’ultimo sole del pomeriggio. Più su, accanto ad una barca di legno capovolta, ed una grande nassa, un anziano osserva i bagnanti. Tutti i giorni, sia d’estate che d’inverno, percorre il breve tratto che, dalla sua piccola casa, porta alla grande spiaggia e si ferma a contemplare il panorama; il mare calmo o impetuoso, il vento stanco o prepotente, offrono sempre uno spettacolo indimenticabile sulla riviera di ponente, come in quella di levante che dal porto, procede fino all’estrema punta della penisola.

Da giovane aveva ricevuto una proposta di lavoro. Avrebbe guadagnato tanto, ma doveva trasferirsi, lasciare il luogo in cui era nato, cresciuto, in cui aveva sofferto e in cui aveva trovato l’amore della sua vita. Più volte aveva sperimentato il potere curativo del mare, delle passeggiate lungo la manica, della discesa ai laghetti di Venere, in compagnia dei figli e della moglie. Bastava qualche ora tra le antiche rocce del promontorio, il profumo di salsedine, gli uliveti, il canto degli usignoli, le danze dei gabbiani o l’avvistamento dei conigli selvatici, per rigenerarsi. In quella grande città non avrebbero trovato nessuna di quelle insostituibili fonti di vita. Aveva rifiutato un futuro da ricco, ma gli era stata donata la più grande ricchezza del mondo: la famiglia.

Alle spalle del piccolo Davide, nonno Luca si china lentamente per baciarlo in fronte. Gli occhi pieni di gioia del nipotino gli confermano, tutte le volte, di aver fatto la scelta giusta. Martina abbraccia il padre, accarezza i capelli bianchi e scruta in quegli occhi neri che tanto avrebbero da raccontare. Davide si avvicina con il mezzo panino al burro in mano, con dentro una fetta di prosciutto cotto e la provolina penzolante; il pannolino maleodorante non basta a scoraggiare il nonno, che gli fa posto sulle sue gambe, mentre la figlia, e l’anziana straniera poco più in là, non riescono a trattenere una risata. Qualcuno sopraggiunge pensieroso.

Massimo ha concluso la sua ultima giornata di lavoro. L’azienda per cui lavora da tanti anni, chiude, e si trasferisce all’estero. Deve prendere una decisione importante, anche se, per il bene della sua famiglia, sa già che non potrà rifiutare l’offerta. Dovranno trasferirsi, ma torneranno almeno una volta l’anno per quindici giorni, se tutto andrà bene. Deve solo trovare il coraggio per dirlo alla moglie. Ma proprio quando sta per comunicarle quella triste decisione, tutta la spiaggia si ferma. Tutto quel chiasso, quelle voci, quei corpi in movimento, si placano. Sono tutti immobili. Osservano l’ultimo raggio di sole che in quel preciso istante, si domanda cosa stiano ammirando quelle piccole creature. L’unica cosa che il sole riesce a vedere, ogni giorno, dal momento in cui sorge, al momento in cui tramonta, è quella lingua di terra baciata da due mari. Pensa, allora, che siano rimaste tutte incantate da tanta bellezza. Si commuove, e mentre rallenta per osservare il più a lungo possibile quegli sguardi malinconici, il cielo si colora di rosa e d’azzurro. Massimo assiste a questo spettacolo da tanti anni, ma tutte le volte è come se fosse la prima volta. È come se un grande pittore avesse deciso di rifare sempre lo stesso dipinto, ma mischiando i colori in un modo diverso. «Amore… cosa volevi dirmi?»

Martina sa già quale difficile decisione assilla il marito. Ne avevano parlato alcune settimane prima e lei, come sempre, gli aveva risposto che l’avrebbe seguito ovunque. Il sole è tramontato. La luna piena già si affaccia da levante, rischiarando a giorno l’intera spiaggia. Due ragazzi corrono in lontananza, si abbracciano e si scambiano tenerezze, mentre alcuni pescatori si preparano ad una lunga notte in compagnia delle stelle. In quell’istante Massimo si rivede bambino, con suo padre, la prima mopitta e poi con Martina, da ragazzi, ai falò, il bagno di mezzanotte, il primo bacio…

«Non preoccuparti, amore mio, supereremo anche questa.»

Le parole di Martina gli ricordano quelle di suo padre, quando, in un momento di crisi, gli disse che non si diventa grandi cambiando di città, ma lottando per migliorare quella in cui si è nati. Perché non si nasce per caso in un luogo. È il luogo stesso che decide a chi offrire l’opportunità di dimostrare il proprio valore.

“Cosa devo fare?”, pensa Massimo rivolgendo il pensiero al padre.

Davide si è addormentato. Stringe qualcosa nella piccola manina. È una pietra.

Massimo si china su di lui e tenta di fargli allentare la presa, ma il bambino non ha alcuna intenzione di abbandonare quella piccola pietra. Quel gesto ha il sapore di una risposta che giunge da molto lontano.

Massimo si commuove, bacia la fronte del suo bambino, prende anche lui una pietra e, rialzandosi, la lancia nelle acque scure del mare di Milazzo. La moglie si avvicina e lo fissa negli occhi lucidi.

Lui le sorride, le accarezza il viso e le sussurra dolcemente: «Io resto qui!»


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