Come si fa a distinguere il sogno dalla realtà? In molti mi scrivono di aver sognato Freddie Mercury e qualunque sia la verità sugli incontri onirici, la figura del caro amico Freddie lascia quasi sempre una traccia nell’anima, al risveglio. Sottolineo “quasi sempre”, perché nel corso degli anni, avendolo sognato più volte in varie occasioni della mia vita, credo di aver imparato a distinguere quei sogni che provengono dal vissuto, matasse ingarbugliate di una vita frenetica e stracolma di emozioni di ogni genere, da quelle porte aperte sulle infinite probabilità offerte dalla nostra condizione di esseri multidimensionali inconsapevoli. Anche in questo caso, sottolineo “credo di aver imparato”, perché non bisogna mai abbandonare l’atteggiamento umile di chi, data l’esperienza in questo campo, si rende conto di quanto sia facile, per noi confusi agglomerati di carne e ossa, cadere nell’illusione e nell’inganno, spesso prodotti dalle nostri fragili, meravigliose menti.
Secondo Sigmund Freud, il sogno è “una forma particolare del nostro pensiero resa possibile dalle condizioni dello stato di sonno, il cui scopo è l’appagamento di un desiderio inconscio”. Condivido pienamente e basterebbe un po’ di sano impegno da parte del sognatore, per rendersi conto che tutti quei simboli, quelle sensazioni, quelle situazioni, vissute nella fase onirica, sono messaggi provenienti da quella zona “censurata”, nello stato di veglia.
Ma è sempre così ? In questo breve racconto, desidero parlare di quel genere di sogni che scavalcano qualsiasi competenza psicoanalitica. Per qualche motivo, il sogno di questa notte, protratto fino al mio risveglio, mi costringe a raccontare, a comunicare, l’esperienza di un incontro che, sono sicuro, giungerà solo ai cuori che sapranno ascoltare.
Dopo questa doverosa introduzione, abbandono ogni razionalità e racconto, così come l’ho vissuto, di un sogno che ha lasciato, al mio risveglio, quella “sensazione” di aver realmente incontrato un caro amico su quel confine invisibile, dove ogni legge umana si annulla.
Avrei potuto attendere l’uscita del prossimo libro, se mai scriverò ancora dell’argomento, ma non potevo attendere… spero di scoprirne presto la ragione.

Prima del sogno

Negli ultimi due mesi, da fine Novembre 2015, ho trascurato gli amici online, la pagina Facebook, il mio sito e ho persino dimenticato di rispondere a tutte quelle persone gentili che la notte della vigilia di Capodanno, hanno trovato il tempo per lasciarmi un messaggio di auguri. Il tempo: un’illusione necessaria per noi esseri umani incatenati ad un sistema fisico che vede l’alternarsi del giorno e della notte. Quel tempo che a me manca, che mi rincorre, mi assilla, preso da una moltitudine di impegni e di aspirazioni, diviso tra lavoro, studio e famiglia. Da oltre due mesi studio, per motivi professionali, la programmazione di App per dispositivi mobili. Un lavoro estenuante che mi impegna tutti i giorni, dalle 8.30 del mattino, alle 3.00 … del mattino dopo. A volte anche fino alle 4.00, se non devo svegliarmi alle 7.00 per portare mia figlia a scuola. Le uniche pause che mi concedo sono quelle per il pranzo, la cena e per altre brevi necessità. “Full immersion”, come lo definiamo noi programmatori. Mi è testimone il caro amico e collega Salvo, con il quale via Skype ci teniamo in contatto per condividere suggerimenti, soluzioni, problemi, per portare a termine la progettazione. La mia mente è totalmente invasa da codici, funzioni, parentesi graffe, tonde e quadre, finestre popup che si aprono al login, slide di immagini che scorrono da destra a sinistra, campi di input, query e stored … un mondo meraviglioso che fin da bambino mi ha sempre affascinato. La possibilità di creare qualcosa che altri possano utilizzare.
Quasi tutte le notti, o per meglio dire, quasi tutte le mattine, anche nella fase onirica il lavoro continua. Rivedo in sogno la parte di script (frammento di codice n.d.a.) che blocca il regolare funzionamento del programma e rifletto sulla soluzione. Al risveglio non vedo l’ora di applicare il suggerimento proveniente dal mio inconscio, chiunque sia questo strano amico-nemico che mi costringe a lavorare anche nel sonno. Le soluzioni, nell’80% dei casi funzionano.
La notte scorsa, però, non ho sognato codici. Costretto (affettuosamente parlando), da un compleanno, sono rincasato poco dopo la mezzanotte. Il mio amico PC mi chiamava, il senso del dovere, il portare a termine il lavoro iniziato. Ho preferito rinunciare, per recuperare qualche ora di sonno. In ogni caso, la soluzione tanto desiderata, sarebbe giunta in sogno.
Ho sempre “sognato” di lavorare dormendo! Ma questa volta la percezione dell’esperienza onirica è stata diversa. Raramente avviene così!

Ho incontrato Freddie Mercury ?

Mi trovo nell’appartamento in cui vivevo da ragazzino. Squilla il telefono. Il mio interlocutore mi dice che Freddie non può incontrarmi, perché è morto. E’ il suo manager.
“Freddie non è morto!”, rispondo. “So che è vivo.”
Improvvisamente, dall’ingresso, vedo giungere un uomo elegante, esile, con un vestito gessato grigio, senza giacca, camicia bianca e gilet. E’ Freddie Mercury! Insieme a lui c’è qualcuno, lo percepisco come “il manager” che lo ha condotto da me, ma non riesco a vederlo. Si muove come un’ombra (il termine ombra non deve per forza avere una connotazione negativa. Deve essere inteso come “senza forma”). Gira per casa e poi si dirige sul balcone della cucina e ci lascia soli.
Stringo la mano a Freddie, trattenendo l’emozione, e lo faccio accomodare.
Dalla finestra della cucina si scorge il mare di ponente, blu, mentre il sole filtra e si posa sul volto del signor Bulsara, un uomo che appare sereno, brizzolato, una leggera barba argentata e gli occhi scuri che attendono le mie domande.
Il dialogo si svolge prettamente in italiano, cosa per me strana, visto che è inglese e nel ricordarlo a volte accenno qualche parola.
“Come stai?”, chiedo per prima cosa.
“Bene.” mi risponde con un sorriso che mostra gli inconfondibili dentoni.
“Hai visto il concerto di Brian qui in Italia, all’Arena di Verona?”
“Funny!” (divertente). Ride portandosi la mano alle labbra.
Non riesco a comprendere, quasi dispiaciuto per quel commento con cui sembrava schernire il buon Brian May e rispondo:
“Brian is sweet. A gentleman.” Freddie mi fa intendere che la battuta non è per Brian, ma per un errore commesso dal tenore italiano che, in Bohemian Rhapsody, aveva sbagliato l’ingresso della strofa finale.
Non lo ricordavo. Ridiamo insieme e gli faccio notare che Brian ha i capelli totalmente bianchi. “Anche tu li avresti avuti così se …” . Non completo la frase, rendendomi conto di quanto stupida fosse. Lui sorride.
Sono lì, in quel luogo della mia infanzia, forse spinto dal desiderio di ritrovare un attimo di pace, di spensieratezza in questo periodo di caos, di responsabilità. Mi rendo conto di essere insieme al mio idolo adolescenziale, vorrei comportarmi diversamente ma tengo a freno il mio entusiasmo. Ho quarant’anni ormai!
La sensazione che sia vivo cresce e inizio a dubitare.
“Non è morto! Il mondo deve sapere.” penso.
“Freddie… facciamo qualche foto insieme? Vorrei pubblicarla su Facebook.” Lui è contento che glielo abbia chiesto, ma mi fa capire che nessuno deve sapere che è ancora vivo. Non mi spiega il motivo, ma percepisco il fattore “scandalo e dissenso” che ciò provocherebbe.
“Domani…” mi dice. “Domani ci vediamo e facciamo le foto. Ma le dobbiamo fare all’aperto, voglio il sole…”
Mi ricordo allora della chitarra di mio figlio, dono di mia sorella.
“Freddie possiamo cantare qualcosa insieme domani? Che ne dici di – Love of my life – ?”
Lui acconsente e aggiunge che porterà anche Brian. A quel punto non riesco più a contenere l’entusiasmo, inizio i vocalizzi, non canto da tanto tempo, non voglio fare cattiva figura. Devo attrezzarmi, devo registrare tutto. E’ un’occasione unica!
Il manager dice che è ora di andare. Vedo mia sorella, oggi oltre i trenta, ma la vedo piccola, nella sua stanza, intenta a preparare un pacco con dentro alcuni doni per Freddie. Mi ricordo allora del mio libro, delle sue presunte immagini, vorrei chiedergli conferma, vorrei donargliene una copia, ma l’unica che trovo contiene appunti scritti a penna, frecce che indicano il suo volto, mentre in seconda di copertina un testo scritto come se fosse “scrittura automatica”, ovvero, scrittura medianica, ma nella fretta non distinguo le parole.
Freddie è pronto per andar via. Lo osservo. E’ sereno. Mi sorride. Lo stringo in un forte abbraccio che lui ricambia. Un abbraccio incoraggiante. Va via ed esco per seguirlo, con in cuore la speranza di poterlo rivedere domani.
“Manterrà la sua promessa ?” mi chiedo.
Ma appena fuori, vedo un aereo in alto nel cielo, in viaggio verso il sole. Non capisco, mi sento triste. “E’ ripartito? Per dove?”
Alle mie spalle c’è qualcuno, una figura maschile, una ragazzo, ma sono troppo preso dalla delusione per identificarlo. Improvvisamente dall’aereo precipita qualcosa: è il pacco di doni preparato da mia sorella. Si schianta al suolo, il pacco si apre. Mi avvicino. Contiene lettere, qualche giochino infantile e altri oggetti.
Il ragazzo alle mie spalle mi spiega che sono I ricordi del cuore.
“Perchè Freddie ha rifiutato i doni di mia sorella?”, mi chiedo ancora deluso.
Il ragazzo alle mie spalle mi riferisce che è stato “il manager” a gettare i ricordi, perché Freddie non può portarli con sé. Inizio a comprendere e resto in silenzio. Continuo ad osservare quell’aereo che si allontana e si perde in quella luce accecante…

Il risveglio

Impiego qualche attimo prima di rendermi conto di essere tornato in questa realtà. Richiudo gli occhi per rivedere tutto ciò che ho vissuto in quel sogno, le parole, le sensazioni, i simboli, le emozioni. “Non devo dimenticare nulla.” continuo a ripetermi. “Devo condividerlo.”
Questa mattina sono stato costretto a fermare il tempo, per ritrovare quella dimensione in cui mi sento veramente libero: la scrittura. Seconda solo all’amore per la musica, la scrittura è uno strumento che mi consente di immortalare ogni pensiero. Non potevo attendere oltre, dovevo scrivere, per non dimenticare l’incontro di questa notte.
Durante la stesura del testo la razionalità prende il sopravvento e la più comune delle domande torna ad insinuare il dubbio: “Sogno o realtà?”
Il desiderio di sognare, incontrare, rivedere, Freddie Mercury, è ormai lontano anni luce, ma non può essere cancellato dal mio inconscio. Avevo bisogno di conforto, in questo momento di stanchezza fisica e mentale? Per questo ho sognato Freddie Mercury, per me simbolo di evasione, di follia, di libertà, di creatività … di spensieratezza?
Chi può confermare che si sia trattato di un incontro reale ?
Nel momento in cui scrivo queste ultime righe conclusive, spinto dalla necessità di comprendere il significato della frase “I ricordi del cuore”, effettuo una ricerca su Google. Il primo risultato che mi presenta il motore di ricerca è una canzone di Amedeo Minghi, del 1992, tratta dall’omonimo album.

Mi colpisce il titolo della prima canzone dell’album: IN SOGNO.
Clicco sul collegamento a YouTube, attivo le casse audio e ascolto la canzone I RICORDI DEL CUORE. Contemporaneamente cerco il testo della canzone su internet (i programmatori operano in multitasking n.d.a.):

I ricordi del cuore di Amedeo Minghi

Voi , speranze che sperai, sorrisi e pianti miei.
Promesse di allegria e sogni in cui volai.
Ed il primo spietato Amor mio siete per me.
Perduti e persi mai, di voi mi appassionai.
Su di voi giurai e mi ci tormentai.
Pare niente ma il cuore era il mio
poi c’eri Tu…
Vento soffierà, la pioggia pioverà, la nebbia velerà, il sole picchierà.
Ed il ricordo, il ricordo di Te, non passa mai, non passa mai.
Ma che buoni quei baci fra noi.
Forse tu, non vuoi smettere mai.
Per vederti mi bastano gli occhi lucidi.
Se ti piace e se ancora tu vuoi nel ricordo,
anche senza di noi tutto torna possibile,
anche tu, sei qui, oh!!
Qui nel cuore mio.
I ricordi non passano mai, eccoli qui.
Sono molto più forti di noi.
Più vivi.

Conclusione

Impossibile non notare l’analogia tra “Il vento soffierà…” della canzone di Minghi e “Anyway the wind blows (Il vento continuerà a soffiare o comunque soffi il vento).
Rifletto ancora sul concetto di “domani”. Il domani per l’altra dimensione, non sempre corrisponde al nostro domani. Può essere realmente domani, o tra qualche giorno, o in futuro e magari in un luogo che non dovrà essere necessariamente la Terra. Può anche voler dire “Domani otterrai la prova del nostro incontro.”
Qualcun altro troverà altri riferimenti nel sogno e proporrà altre interpretazioni. Vi sono elementi evidenti. Lascio ai posteri l’ardua sentenza.
Per quanto mi riguarda, la lettera che viene da molto lontano, identificata nella canzone di Minghi ed usata allo scopo dal poeta Mercury, porta con sé, ancora una volta, un messaggio d’amore, il cui intento sia quello di ribadire un concetto vitale:
niente è più importante dei ricordi del cuore.

niente è più importante dei ricordi del cuore.