Il convegno si era svolto in un hotel a quattro stelle, nella provincia di Milano. Al termine, tre ragazze, che si erano conosciute durante il viaggio di andata, decisero di rilassarsi nella SPA ai piani inferiori. “Non so voi, ma io so già di essere in un altro mondo. Erano anni che non mi rilassavo così!”, disse sottovoce Marisa Grasso. Patrizia Giannone e Giuseppina Sirugo sorrisero, senza aprire gli occhi. “Ed è la prima volta che faccio la sauna.”, aggiunse Marisa. “Ma farà male respirare tutto sto vapore?”. “Ah Marì, e rilassati!”, disse Giuseppina, mentre Patrizia rideva sonoramente. Il silenzio durò altri due minuti, poi Marisa decise di uscire, per recarsi nella vasca dell’idromassaggio con annessa una piccola cascata d’acqua. Provò il getto della cascata e fu investita in pieno volto. L’acqua era tiepida, ma per poco non annegò. Nella vasca rotonda, poco più di due metri di diametro e profonda altri due, ci si poteva sedere sui sedili posti ai bordi. La donna avviò l’idromassaggio, pigiando il secondo pulsante sulla parete. Durava cinque minuti e si spegneva automaticamente. La SPA era vuota. Si poteva sentire in sottofondo una dolce musica tibetana, intervallata dal suono di una campana. Lentamente, le tre ragazze, scivolarono in un profondo stato ipnotico. A diversi chilometri di distanza, su un aereo in volo, Barbara Bonfiglio stava ascoltando la stessa musica. Era notte, il viaggio sarebbe durato due ore e decise di abbandonarsi. Il rintocco della campana tibetana le conciliò il sonno. “Barbara…”, sentì una voce femminile sussurrare il suo nome. Aprì gli occhi. Si ritrovò dentro una caverna buia. Sapeva che si trattava di un sogno e superò il disagio quasi subito; era abituata a vedere paesaggi bellissimi, nel corso delle sue meditazioni lucide. Se la sua mente le stava proponendo quella nuova esperienza, doveva esserci un motivo. Forse ciò era dovuto al libro di Laura Colombo, che aveva letto il giorno prima. Sentiva dell’acqua scorrere e notò in fondo una flebile luce. Decise di avanzare. Giunse in quello che sembrava un pozzo senz’acqua, largo circa due metri e lei, ci si trovava proprio sul fondo. Alzò gli occhi e vide dell’acqua sospesa a circa tre metri di altezza, in cui fluttuava il corpo di una donna minuta dai folti capelli ricci. Si arrampicò sulla parete rocciosa, finchè non riuscì a sfiorare la schiena della donna. In quel preciso istante, Marisa aprì gli occhi. Stava galleggiando nell’acqua placida della vasca. Si sentì afferrare per un braccio e tirare giù. Sott’acqua vide quello che sembrava un volto sfocato e istintivamente lo cacciò con la mano destra. Patrizia e Giuseppina la estrassero a fatica dalla vasca. Marisa agitava le gambe, temendo di essere afferrata nuovamente. “C’era qualcuno!”, urlava agitata, tentando di riprendere fiato. Patrizia provò a calmarla, mentre Giuseppina sondava cautamente la vasca. “C’era qualcuno lì dentro. Voleva uccidermi.” Si allontanarono, mentre alcuni addetti alla SPA, sentite le urla di Marisa, erano accorsi in aiuto. “Cosa è successo?”, chiesero. “Un calo di pressione,”, rispose Giuseppina, “ma ora sta bene, grazie”. Marisa guardava le amiche stupita. “Non mi credete, vero?”. Le due donne si guardarono. “Ti crediamo”, disse Giuseppina, “abbiamo visto tutto anche noi.”. “Stavamo fluttuando sopra di te e quando abbiamo visto il volto nell’acqua, ci siamo svegliate e siamo intervenute in tempo.”, concluse Patrizia. “Ma chi era? Un fantasma?”, chiese Marisa ancora sconvolta. “Abbiamo un’ipotesi, ma prima è meglio se ti riprendi.” Nel momento in cui Marisa aveva allontanato il volto con la mano destra, Barbara si era svegliata sull’aereo, dolorante. Una hostess era intervenuta. “Signorina, ma cosa è successo?” Barbara sentiva il volto bruciare. La aiutarono a raggiungere la toilette. “Sto bene, faccio da sola, grazie.” Allo specchio vide sul suo volto profondi graffi sulla fronte, le guance e il naso. “Non era un sogno!”, pensò. “Devo avvisare David.”
“Hai notato la sua reazione quando ti ha visto?”, chiese Manuel Deias . “Sei il ragazzo che ho scontrato prima.”, rispose Francy seccata.”Perché urlavi che non dovrei dirle nulla? Non farai parte anche tu di quel gruppetto di contestatori religiosi, che si credono gli unici depositari della verità assoluta?”. “Chi, io? Ma scherzi? Guarda, ho il libro di Laura Colombo e anche io avrei alcune cose da chiederle, ma… senti, ti va una pizza? Almeno parliamo a stomaco pieno.” Francy lo scansionò dalla testa ai piedi. Era un ragazzo semplice, carino e non sembrava pericoloso. “Non conosco la città.”, disse guardandosi attorno. “Nemmeno io.”, rispose Manuel. Si avviarono lo stesso, presentandosi a vicenda. Passarono di fronte all’auto di David che attendeva il resto della comitiva, che salutava le nuove amicizie conosciute al convegno. Squillò il telefono e sul display comparve il nome di un vecchio amico che non sentiva da mesi: “ Matteo, allora sei vivo!”. “David, è successo di nuovo, ma stavolta c’è anche il parlato.”. David sapeva a cosa si riferiva. “Stai calmo Matteo e raccontami tutto dall’inizio.” Intanto, nella sala convegni erano rimaste una decina di persone, tra cui, il gruppo di contestatori religiosi. Seduta al centro della sala, Serena Squanquerillo li osservava divertita. “Siete ancora dei primitivi e non lo sapete.”, pensava, “Adoratori di divinità che li sottomettono con l’inganno dell’amore e delle guarigioni.”. Si alzò, incrociando involontariamente alcuni di loro verso l’uscita. “Come volevasi dimostrare, fratelli, vedete chi partecipa a questi convegni?”, disse il signore panciuto con la barbetta nera, gli occhiali ed una cravatta orribile. Indicando Serena, aggiunse: “Tutto riconduce al grande ingannatore. Ormai non evitano neppure di nasconderlo.” Si riferiva alla piccola stella a cinque punte che Serena portava al collo e ai suoi capelli rosso fuoco. “Lei è un pastore, vero?”, chiese con voce pacata. “Si, sono un pastore della chiesa…”. “Non mi interessa di quale chiesa,”, lo interruppe, “per me sono tutte uguali. Volevo solo dirle che le sue pecorelle smarrite, forse sono più interessate a questo.”, e così dicendo, sollevò la casacca per mostrare il grande tatuaggio che dalla schiena si estendeva alle spalle per finire sul braccio destro. Le signore bigotte inorridirono, mentre gli uomini le invitavano a non guardare e ad uscire. “Che spettacolo!”, sentì esclamare Serena. Si avvicinarono Francesca Elena e Raffaella Alfano, le due hostess ingaggiate dall’organizzazione per assistere gli spettatori al convegno. “Ma quanto sei stata sotto i ferri per quest’opera d’arte?”, chiese Raffaella. “Non è un tatuaggio classico. Questo è un premio.”. Le due ragazze si guardarono e non aggiunsero altro. Avevano già partecipato ad altri eventi simili, e sapevano quanti tipi strani li frequentavano. “Sono cose un po’ complicate da capire, se non siete iniziate alla conoscenza antica.”, disse rivestendosi. Le due non ribattevano. Dovevano essere sempre e comunque cordiali, con gli ospiti. “Sembrate due ragazze sveglie e visto che avete apprezzato il mio tatuaggio, voglio farvi un dono.”. Estrasse dalla borsa un sacchettino di velluto verde, lo aprì e con due dita afferrò un seme grande quanto un fagiolo. Lo consegnò a Raffaella, dicendo: “Portatelo sempre con voi e trattatelo bene. Ha solo bisogno di amore.”. Le ragazze la ringraziarono, mentre lei già si dirigeva verso l’uscita. Poi scoppiarono a ridere, usando termini poco gradevoli nei confronti di Serena. Dopo aver rassettato il materiale dell’organizzazione, caricarono tutto in auto e si avviarono sulla via del ritorno. “Comunque, non so chi fosse il più fuso questa sera, ma la nostra amica testarossa, vince il primo premio.”, disse Francesca. “A proposito, fammi togliere questo cavolo di seme dalla tasca.”, disse Raffaella, “Non vorrei diventasse una mega pianta che arrivi al cielo e poi finiamo nelle mani dei giganti mangia uomini.”, concluse ridendo, per poi riporre il seme nel posacenere. “Da che parte si va per l’autostrada?”. “Forse facciamo prima con il navigatore. Di sera è più difficile orientarsi e questa cavolo di città sembra un labirinto.”, consigliò l’amica. Impostarono le coordinate e seguirono la guida vocale. Le note di “Don’t lose your head” e altre canzoni dei Queen, accompagnarono le ragazze in un giro tortuoso, fino ad una serie di viottoli sulle colline, da cui si poteva scorgere in lontananza, l’ingresso all’autostrada. “Sei sicura che sia la strada giusta?”, chiese Francesca. “Credo di si. Più avanti è indicata una strada sulla sinistra, che probabilmente si ricongiungerà alla strada principale. Guarda che fila di auto laggiù. Il navigatore ci ha fatto evitare la coda.”. Giunsero al punto in cui avrebbe dovuto esserci un bivio. “Dov’è la strada? Dovrebbe essere qui.”, disse la ragazza al volante. “Prova più avanti.”. Proseguirono, ma la strada dirottava verso l’interno, tra i boschi. “Raffy, forse è meglio che torniamo indietro. Ormai è buio e non ho nessuna voglia di restare bloccata in mezzo ai boschi di notte.”. Raffaella non poteva fare alcuna manovra per tornare indietro. Il sentiero era stretto e già da diversi minuti era finito l’asfalto. “Raffaella, torna indietro per favore.”. “Non posso girare e non posso andare a marcia indietro, se sbaglio rischiamo di finire male. Saranno almeno due chilometri.”, rispose preoccupata. “Fermiamoci un attimo e cerchiamo di capire dove siamo.”. Il navigatore era bloccato e i cellulari non trovavano alcune rete. Raffaella scese dall’auto, accese la torcia dello smartphone e si rese conto che intorno c’erano solo alberi posti tutti in discesa. Qualsiasi manovra con l’auto avrebbe peggiorato la loro situazione. “Dobbiamo andare avanti e sperare che ci sia lo spazio per girare.”, disse Raffaella, provando a restare calma. “Se non finisce prima la benzina.”, osservò Francesca. “Tranquilla, c’è ancora mezzo serbatoio.”. Con gli abbaglianti accesi, l’auto proseguiva lentamente nell’unica direzione percorribile. “Guarda, una luce, là, in fondo.”, disse Francesca. Tirarono un sospiro di sollievo, ignare di cosa le attendeva alla fine del sentiero. Era notte fonda, quando il cellulare di David ricevette un sms. Sul display comparì un nome: “Barbara Bonfiglio”.
In una pizzeria vicino all’hotel, diversi partecipanti al convegno avevano avuto la stessa idea di Francy e Manuel: Salvatore Pandolfo e Giuseppe Nozzolini, che avevano iniziato un dibattito al bar dell’hotel; Gina e l’amica Danila; due tavoli più avanti, Anna Raldiri, Teresa Risi, Antonia Fico e Antonella Sgambati, che si erano conosciute quel giorno; da sola, in fondo alla sala, Licia Allegra e nel tavolo accanto, Emanuela Nicolini. “Per me Margherita, grazie.”, ordinò Francy. “Anche per me.”, disse Manuel. “Allora, cosa avevi di così importante da dirmi?”, chiese Francy. Manuel non ebbe il tempo di aprire bocca, che il cellulare della ragazza squillò: “Solo un attimo, scusami. Pronto?”. “Buonasera signorina, sono Désirée Di Lorenzo, il consulente tecnico incaricata dall’assicurazione per il furto che ha denunciato. Si ricorda di me?”. Francy, perplessa, rispose: “Non ricordo e credo ci sia un equivoco, non ho sporto alcuna denuncia.”. La Di Lorenzo le chiese conferma del nome, del codice fiscale e le fece presente che aveva di fronte a se copia della denuncia con la sua firma. “Nessun errore, signorina. Va tutto bene? Forse ci ha ripensato?”. Francy non sapeva cosa rispondere. “Sta accadendo di nuovo?”, chiese Manuel. “Signora, potrebbe richiamarmi domani? Non è un buon momento.”. Désirée fu comprensiva. Dopo aver terminato la chiamata, fissò il panorama notturno alla finestra, pensierosa. Aveva già avuto modo di parlare al telefono con Francy, ma le era sembrata diversa dalle altre volte. “Anche questa persona sembrava non ricordare nulla. E’ la quarta oggi. Ma cosa sta succedendo alla gente?” Al tavolo delle quattro signore, che al convegno si erano sedute in prima fila, l’argomento principale era il cronovisore, ritenuto da molti studiosi, inesistente o smontato e custodito nei sotterranei del Vaticano. “La Colomboha detto che ha avuto modo di provarlo. Avete visto che immagini?”, ricordava Anna. “Io ho riconosciuto almeno due persone.”, affermava Antonella. “Ed io la mia casa al mare.”, concluse la Fico. “Teresa, tu che ne pensi”. Teresa era pensierosa. Aveva riconosciuto una persona cara, ma era defunta. La Colombo, invece, aveva affermato trattarsi di persone vive in un’altra dimensione o in un altro tempo. “Potrebbe essere ancora viva, nel passato?”, pensava. “Potrei evitarle l’incidente?”. “Teresa, sei tra noi, tesoro? Tu che ne pensi della possibilità di spostarsi tra le dimensioni?”. Parlavano ad alta voce e Salvatore Pandolfo non potè fare a meno di interromperle: “Sono tutti argomenti affascinanti, ma senza prove concrete e una dimostrazione sotto stretto controllo scientifico, restano solo fantasie di una scrittrice autoproclamatasi studiosa, e che sta cavalcando l’onda di un altro, vero studioso, scomparso da decenni. “Quindi lei non crede al paranormale?”, chiese Teresa. “Credere, credere, credere.”, rispose Salvatore, roteando la mano destra in alto, “È più importante prima sapere, conoscere, essere preparati in più ambiti scientifici, per poter valutare attentamente la presunta esperienza paranormale. Solo chi ha un’ottima formazione scientifica può difendersi da falso e illusione e capire quando ci si trova realmente di fronte ad un evento fisicamente inspiegabile, o quanto meno, attualmente, inspiegabile.” Le signore lo guardarono in silenzio, annuirono e poi andarono avanti con i loro discorsi. “Lo vedi? A nessuno qui interessa dubitare.”, sottolineò Salvatore. “Tu sei l’unico qua dentro che non viene dall’altra dimensione.”, rispose Giuseppe, “Per questo non credi e ti poni mille domande. Se vivessi anche tu le stesse esperienze che ognuno dei presenti qui dentro, ha vissuto e continua a vivere, non penseresti a spiegarle, ma…”. “Senti, Giuseppe,”, lo interruppe, “io non ho mai vissuto certe esperienze, perché vivo la mia vita senza tante complicazioni mentali, senza lasciarmi travolgere dai condizionamenti religiosi o da fantasie paranormali. Sono accadute delle cose, ma le ho valutate con calma e attenzione e tutte le volte ho trovato delle spiegazioni razionali.”. “Tu non provieni dall’altro mondo.”, concluse Giuseppe, “Io lo so.”. Salvatore sorrise. “Eppure, potrei fornirti la prova che metterebbe in ginocchio il tuo scetticismo.”, disse, mordendo un altro trancio di Capricciosa. “Sempre pronto a ricredermi.”, rispose Pandolfo, tagliando la sua Caprese. “Tra poco tutti riceveremo un segno, tranne te.”, disse Giuseppe fissando il vuoto. Improvvisamente, tutti i cellulari presenti in quella pizzeria, squillarono. Tutti, tranne quello di Salvatore Pandolfo. Licia fu la prima a rispondere al suo telefono: dall’altra parte una voce lontana, continuava a chiamarla per nome. Anche Emanuela accettò la chiamata, e la voce ripeteva solo il nome di Licia. In tutti i telefoni, la stessa voce, chiamava “Licia.”. “C’è qualcuno, qui, che si chiama Licia?”, chiese Manuel.
Intanto, perse tra i monti bui, Raffaella e Francesca giungevano alla fine dell’interminabile sentiero. La luce che vedevano, proveniva da una grossa lanterna ad olio. “Non capisco. Non c’è una piazzola per girare?”. Il sentiero finiva proprio di fronte all’ingresso di una casa di legno. “Spegni l’auto, lascia i fari accesi, scendiamo e vediamo se c’è un telefono fisso.”, propose Francesca. Osservarono entrambe la lampada ad olio e la totale assenza di energia elettrica in quella casa, quando furono costrette a bussare alla porta. Bussarono diverse volte, senza alcun riscontro.“Forse non c’è nessuno. Entriamo lo stesso? Almeno avremo un riparo per la notte.”, disse Raffaella, osservando la totale oscurità attorno a loro. “Raffy, non vorrei fare la melodrammatica, ma ho visto film horror a sufficienza per sospettare che in una casa abbandonata in mezzo al nulla, con una lanterna accesa da non si sa chi, ci sia in agguato il peggiore dei nostri incubi.”. Fecero un giro attorno alla casa, usando la torcia del telefono, per valutare il luogo con attenzione. La casa era piccola, circa sei metri per sei, non aveva finestre, il tetto era piatto, a circa due metri e mezzo di altezza; sul retro nessuna porta e nessun’altra via di fuga. “Non è una casa.”, disse Francesca, “Deve essere un rifugio per cacciatori, boscaioli o forse per la forestale.”. Quell’osservazione le tranquillizzò e decisero di aprire quella porta, ma quando giunsero di nuovo di fronte al rifugio, videro l’auto scomparire nel nulla. “Il freno a mano!”, urlò Raffaella terrorizzata. L’auto si perse nell’oscurità. “Fermati Raffy, è troppo lontana. La recuperiamo domani mattina, adesso mettiamoci al sicuro. Non mi piace questo posto.”. La ragazza era in lacrime; oltretutto si sentiva in colpa per aver trascinato l’amica in una situazione assurda. Erano stanche, isolate e impaurite. “Cerchiamo di stare calme. Domani mattina, alla luce del sole, sarà più facile trovare una soluzione.”, disse Francesca nel tentativo di tranquillizzarla. Raggiunsero la porta e Francesca girò la maniglia: “È aperta.”. Nello stesso istante, presso tre camere dell’hotel, tre ragazze avevano saltato la cena per riprendersi da un’esperienza traumatica, vissuta alcune ore prima. Marisa, Patrizia e Giuseppina, si svegliarono in preda al panico, urlando: “Non entrate!”.