Licia pagò il conto ed uscì frettolosamente dal locale. Manuel capì subito che doveva essere lei. La voce misteriosa stava ancora invocando il nome “Licia” nei cellulari del tavolo accanto. Le scattò una serie di foto, mentre Francy lo osservava contrariata. “Allora, cosa sei, uno stalker?”. “Non hai letto il libro della Colombo ?”, rispose. Francy si ricordò allora del consiglio tecnico che Laura aveva scritto a pagina centoventidue: “Fotografare con il flash la persona che in quel momento sta vivendo un’esperienza paranormale. In caso di entità legate alla persona, sfrutteranno la luce del flash come portante, per lasciare un messaggio visivo, un volto, una scritta, o un alone semitrasparente. Se invece sta avvenendo uno scambio con il mondo parallelo, l’immagine si sdoppierà e presenterà alcune anomalie, sovrapposizioni del luogo in cui si trova il doppione.”. Manuel le mostrò una delle foto e Francy restò a bocca aperta. “Fino ad ora ho solo avuto visioni, dell’altra me. Ma una foto è qualcosa di tangibile, di reale e fa un certo effetto.”, commentò Francy. “Guarda qui. Sembra una porta con una stella a cinque punte!”. Raffaella e Francescanon potevano sapere che la porta che stavano per aprire, avesse lo stesso simbolo inciso sul retro. Aprirono la porta del piccolo rifugio. Dentro non si vedeva nulla e fecero luce con la torcia dello smartphone. “Che puzza di chiuso!”. Restarono sulla porta per un po’, osservando quello che sembrava un ambiente abbandonato da secoli: il tavolo e le sedie di legno, una poltrona di legno e un angolo cottura in pietra. “Secondo te il telefono è di legno o di pietra?”, ironizzò Francesca. “Sembra che non ci venga nessuno da tantissimo tempo.”, disse Raffaella, accennando qualche timido passo all’interno. “Da tanto tempo? Strano. In questo posto isolato, con un sentiero a senso unico e senza la possibilità di fare manovra con l’auto per tornare indietro? Chissà perché! E’ incantevole.”, rincarava la dose Francesca. Le due amiche si guardarono e scoppiarono a ridere. Si fecero coraggio e ripulirono il tavolo e le sedie, per la notte. Francesca si assicurò che la porta fosse chiusa e che non ci fossero altri pericoli in quel piccolo rifugio con una sola stanza e senza finestre. Poi raggiunse l’amica che era già crollata sul tavolo, esausta. Oltre la porta, in fondo al sentiero, tra gli alberi, i fari dell’auto iniziarono a lampeggiare. Qualcosa dentro l’abitacolo dava segni di vita. “Patrizia! Patrizia!”, urlava Marisa, battendo i pugni sulla porta. Giunse Giuseppina, mentre si apriva la porta. “Le avete viste anche voi, vero?”. Le tre ragazze, che il caso aveva fatto incontrare al convegno sui mondi paralleli il giorno prima, stavano cercando di comprendere il perché di quelle visioni condivise. Patrizia e Giuseppina avevano già avuto esperienze simili, mentre per Marisa era la prima volta. Tentarono di calmarla, di farle comprendere lo straordinario legame che spontaneamente si era creato, tra di loro, seppur diverse. “Avete visto anche voi quella porta e ciò che si nasconde in quel luogo?”, chiese Marisa. “Dobbiamo fare qualcosa.”. “Si!”, rispose Patrizia, “Faremo qualcosa, ma forse non ti piacerà.”. Marisa guardò le due ragazze e parve intuire le loro intenzioni: “No! Nella SPA non ci torno!” Il furgone nero dell’organizzatore accompagnò Laura Colombo all’aeroporto. “Mi dispiace che non si sia fermata per la cena, dottoressa. Spero si sia trovata bene.”. Laura strinse la mano a tutto lo staff e si allontanò velocemente con il suo trolley nero. Tirò dritto fino alla toilette per signore, e dopo essersi assicurata che non ci fosse nessun altro, iniziò a piangere, tenendo una mano davanti alla bocca, per attenuare i lamenti: “Non è possibile! Non è possibile!”, continuava a ripetere. Sapeva che l’unica persona in grado di aiutarla, non era più reperibile. “Posso chiamarti?”. David non riusciva a dormire. Aveva risposto al messaggio dell’amica, ma avrebbe preferito non farlo. “Prima Matteo, ora Barbara.”, pensava. Sapeva che ciò che stava accadendo, non avrebbe portato nulla di buono. Nessuno di loro poteva capire, poteva sapere. Tante vite intrecciate, in un momento particolare, in cui un meccanismo imprevedibile aveva messo in moto una serie di eventi a catena, forse tra di loro collegati, ed un’unica matrice. L’unico in grado di fare chiarezza, era bloccato tra i due mondi. Francesca fu svegliata da un rumore. Alzò la testa dal tavolo, cercò il cellulare nell’oscurità, ma non lo trovò. “Raffy!”, provò a chiamare, ma l’amica non rispose. Sentì di nuovo quel colpo secco, come di un’ascia che trancia di netto un ciocco di legno. Tastando il tavolo, poi una sedia, il pavimento e infine le pareti del casolare, trovò la porta e l’aprì. Il sentiero era scomparso, e ovunque si girasse, solo l’oscurità e il suo respiro in preda al panico. “Raffy!”, urlò disperata. In fondo, vide la sua amica schiacciata da un gigante nero dagli occhi rossi ed una scure di fuoco. “Ora tocca a te!”
“Mi dispiace, signorine, ma la SPA riaprirà domani mattina.”, disse l’operatore dell’hotel, chiudendo la grande porta a vetri. Marisa fece un cenno alle amiche. Seguirono il giovane dalle spalle larghe, che affidò la chiave del centro benessere alla receptionist di turno. “Marì, cosa vuoi fare? Se ci beccano finiamo nei guai.”, disse Giuseppina. “Tranquilla, ho un piano infallibile!”. Marisa parlò per alcuni minuti con la signorina, che ricambiava con ampi sorrisi. Alla fine si salutarono. “Ebbene?”, chiese Patrizia. “La scusa dell’orecchino perduto nell’idromassaggio non ha funzionato. Mi ha risposto che domani mattina l’addetto alla SPA sarà ben felice di aiutarmi a cercarlo.”, concluse Marisa. “Ragazze, torniamo in camera e proviamo un’altra strada.”, propose Giuseppina. “Ma le signorine alla reception sono tutte così stronze?”, chiedeva Marisa, mentre salivano sull’ascensore.
“Francesca! Francesca! Svegliati!”, urlava Raffaella. Dalle pareti di legno filtrava una debole luce. “Dio, che incubo assurdo.”, disse Francesca. “Sembrava tutto così reale… ma è giorno?” Raggiunsero la porta, ma quando Francesca afferrò la maniglia, qualcosa colpì la sua attenzione: “Questo c’era ieri sera?”. Sul retro della porta notarono una stella a cinque punte, incisa a fuoco sul legno. “Non lo so e non lo voglio sapere. Andiamocene di qui.”. La luce del mattino ebbe un effetto rasserenante sulle ragazze. L’aria frizzante dei boschi le ritemprò. Si sentivano pronte ad uscire da quella situazione a qualsiasi costo. Fecero un rapido giro della casetta, tentando di scorgere il panorama oltre la fitta boscaglia. Ovunque, solo alberi, di ogni specie e grandezza. Nessun rumore, nemmeno il verso di un uccello o un insetto. “Questo posto non mi piace. Proviamo a recuperare l’auto e andiamocene.”, disse Raffaella. Percorsero il sentiero per un centinaio di metri, senza trovare nulla. “Dovrebbe essere in questa zona e non può essere andata oltre, ci sono troppi alberi.”. Proseguirono per altri trenta metri, fin quando non incrociarono il retro di una casetta. “Non l’abbiamo vista ieri sera.”, disse Raffaella. Diedero una rapida occhiata. Somigliava in tutto e per tutto al piccolo rifugio in cui avevano trascorso la notte. Giunti sulla parte frontale, trovarono la porta aperta. Istintivamente Francesca guardò il retro della porta: “La stella a cinque punte! Qualcuno vuole farci impazzire.”. Raffaella guardava il tavolo e le sedie su cui avevano dormito la sera prima. Erano nella stessa posizione in cui le avevano lasciate alcuni minuti prima. “Dio mio, che cosa sta succedendo?”, disse Raffaella agitata. “Siamo vittime di uno stupido scherzo, Raffy. Ora te lo dimostro subito. Vieni qui.”. Francesca scattò una foto al tavolo, dopo aver disposto le sedie una sull’altra. Poi fece una seconda foto ad un particolare. “Torniamo al nostro rifugio, così vedremo chi è più furbo.”. Percorsero nuovamente la salita che conduceva alla prima casetta. “Perché due foto?”, chiese Raffaella. “Nella seconda ho fotografato una piccola croce che ho intagliato su una delle sedie. Se qualcuno sta giocando con noi, avrà il tempo di piazzare le sedie allo stesso modo, ma non farà lo stesso taglio, nello stesso identico punto.”. Quando giunsero al piccolo rifugio, le sedie erano disposte nella stessa, identica posizione della seconda casetta. “Francesca, c’è anche la croce su quella sedia, hai visto?”. “Ho visto,”, rispose turbata Francesca, “ma non è quella che mi preoccupa. Avevo fatto di nascosto un secondo taglio prima di uscire, qui, sotto il tavolo. Come diavolo hanno fatto?”. Raffaella, più emotiva, era in preda al panico. Francesca volle tentare un’ultima volta: “Non mi fregate. Raffy, resta qui e controlla che nessuno entri in casa.”. “Aspetta, dove vai? E se arriva qualcuno che faccio?”, chiese Raffaella ansiosa. “Vado alla seconda casetta e lascio un altro segno. Non possono fregarci tutti e due contemporaneamente. E se venisse qualcuno, ed avesse cattive intenzioni, spaccagli una sedia sulla testa.”. Francesca si avviò correndo in discesa, per giungere il prima possibile alla seconda casetta. Superò la curva, raggiunse il retro del piccolo casolare, e rallentò. Quando si ritrovò sulla parte frontale, ciò che vide andava oltre qualsiasi razionalità. “Non è possibile, ti ho vista andar via da quella parte!”, disse Raffaella piangendo, mentre con entrambe le mani stringeva decisa una sedia, pronta a colpire.
Un pensiero attraversò lo spazio tempo e giunse alla donna dai capelli rosso fuoco: “Lo hai fatto di nuovo?”. Serena sorrise. “Stai tranquilla, Daniela, ho tutto sotto controllo.”. “Hai tutto sotto controllo, sorella? Dicevi così anche l’ultima volta e ne hai persi quattro.”.
“Che sta succedendo?”, urlò istericamente Raffaella. Francesca non sapeva cosa rispondere, era scioccata quanto lei. Raffaella lasciò cadere la sedia e corse fuori, in preda al panico: “Dov’è l’auto? Dov’è la mia auto?”, urlava addentrandosi tra gli alberi, “Dobbiamo andare via da questo posto maledetto.”. Inciampò ed iniziò a rotolare lungo il sentiero scosceso. Si fermò rovinosamente su una roccia, battendo la testa. Perse i sensi, mentre Francesca, lanciatasi all’inseguimento, la raggiunse temendo il peggio. “Raffy, Raffy!”. Non riuscendo a svegliare l’amica, iniziò a piangere, implorando aiuto. D’un tratto le parve di sentire un colpo secco, non molto lontano. Lo sentì di nuovo. Si alzò in piedi e cercò di individuarne la provenienza. “Sembra il colpo di un’ascia che si abbatte su ciocchi di legno.”. Temeva che si stesse ripetendo l’incubo del gigante nero, ma sapeva di essere sveglia, ne era convinta. “Forse è qualcuno che può spiegarci dove siamo finite.”. Decise di rischiare. Lasciò a malincuore Raffaella e si avviò nella parte più in basso. Giunse in una zona inesplorata, con tanti alberi abbattuti. Al centro, un uomo sulla trentina, alto, a petto nudo, simile ad un Ercole, impugnava un’ascia possente. Francesca si avvicinò timidamente, ammaliata da tanta imponente bellezza. I lunghi capelli neri come la pece, celavano due occhi verdi come smeraldi. La vide, posò l’attrezzo dalle insolite dimensioni e la attese, appoggiato al grosso manico di legno. “Salve! Lei abita qui? Può dirmi dove ci troviamo? Abbiamo bisogno di aiuto. La mia amica ha battuto la testa e ha bisogno di cure.”. L’uomo non rispose. “Mi capisce? Ha capito cosa ho detto?”. Il boscaiolo sconosciuto accennò ad un sorriso, ma continuava a non rispondere alle sue domande. Francesca riprovò, presentandosi: “Io, Francesca. E tu?”, disse indicandolo. “Aneres.”, rispose l’altro con voce baritonale. “Ok, Aneres. You speak english? Parlez-vous français? Sprichst du Deutsch?”. L’uomo non rispose. Francesca provò a spiegarsi a gesti, mimando la caduta di Raffaella e indicando la direzione in cui aveva lasciato l’amica. L’uomo poggiò l’ascia ad un albero e si avviò nella direzione indicata. Francesca lo precedeva, ogni tanto si girava, lo guardava e pensava: “Dio, quanto è bello!”. Notò gli strani pantaloni che indossava, simili a quelli usati dai nativi americani. Quando giunsero nel luogo dell’incidente, la ragazza era ancora priva di sensi. L’uomo si chinò su di lei, la sollevò e la portò via, adagiata sulle enormi braccia. Francesca, seguendolo, notò un disegno sulla schiena che la fece sobbalzare. Elaborò alcuni fatti vissuti il giorno prima e iniziò a covare alcuni sospetti: “La stella a cinque punte sulla porta e il tatuaggio speculare. Non può essere un caso.”. Per quanto la sua mente razionale si opponesse a qualsiasi spiegazione fantastica, l’unica ipotesi che le veniva in mente, era di essere rimasta vittima, insieme all’amica, di un sortilegio che le aveva confinate in una prigione eterna. “Quella donna aveva un tatuaggio che rappresentava un uomo nudo avvinghiato ad un albero donna. Il nostro bel gigante, ha il disegno opposto: una donna avvinghiata ad un albero uomo.”. Giunsero all’infausto rifugio, dove Raffaella venne adagiata sul tavolo di legno. “Portato seme?”, chiese l’uomo. Francesca ebbe bisogno di un po’ di tempo per comprendere quella strana domanda. Poi realizzò. Lo avevano lasciato nell’auto scomparsa.
“Qualcuno sta interferendo.”, disse una voce nell’oscurità. “Non è possibile!”
Intanto, all’hotel, le tre amiche avevano provato tutta la notte ad aprire un altro varco tra le dimensioni, senza successo. “Niente da fare,”, disse Giuseppina, “l’unico varco accessibile credo sia quello della SPA. Andiamo!”. Patrizia aprì la porta e si trovò davanti una donna dai capelli rossi: “Io posso aiutarvi.”.
“Dove mi trovo?”, chiese Raffaella. “Sei al sicuro.”, rispose una voce femminile. “Non vedo nulla.”, disse impaurita. “Perché non hai mai aperto l’unico occhio in grado di vedere oltre.” Raffaella sentì un tepore lieve accarezzarle la mano. “Adesso abbandona ogni tua paura e lasciati guidare.” “Ho paura!”, disse la ragazza piangendo. “Di cosa hai paura?” “Di morire…”. “Devi morire per rinascere. Dimentica chi credi di essere e ricorderai chi sei veramente.” Voleva urlare, ma ormai il rito era iniziato.
Nel gruppo segreto su Facebook, David pubblicò un post con un’immagine: “Mi è appena giunto questo schema per email. Mittente anonimo. Cosa ne pensate?”. Barbara fu la prima a commentare: “È lo stesso tunnel in cui mi sono ritrovata io, David.”. Matteo aggiunse: “Avrebbe perfettamente senso e spiegherebbe ciò che sta accadendo a molti di noi.” David: “E chissà a quanti altri…”.
Nel parcheggio dell’hotel, Giuseppe stava caricando le valigie sull’auto. Osservava gli ultimi rimasti che la sera prima si trovavano a cena in pizzeria. “Buongiorno.”, disse Salvatore. “La prossima volta chiederò di farmi dare una camera lontano dalla tua.”, disse sorridendo. “Comunque, complimenti, soprattutto alla signorina. Le sue urla le avranno sentite fino a Milano.”. Giuseppe rispose che non aveva portato nessuno in camera. Anche lui aveva sentito le urla di piacere e pensava provenissero dalla camera di Salvatore. I due si guardavano con diffidenza e continuarono a difendere ognuno il proprio alibi, fino a quando si avvicinarono Manuel, Francy, Licia e molti altri che avevano sentito la discussione. “Le abbiamo sentite anche noi le urla della donna.”, disse Nina, “Ma sembravano che la stessero torturando.”. Dall’hotel uscì una manager in tailleur, tale Alessandra Osti. Riconobbe nel gruppo alcune persone e si avvicinò per aggiornarle su quanto accaduto la notte prima: “Ma vi rendete conto? Ci hanno preso per matti, quelli della direzione. Quando sono intervenuti non sentivano nulla. Le urla sono cessate poco dopo. Hanno liquidato la cosa dicendo che probabilmente si trattava di qualche vicino che teneva la televisione ad alto volume. Perché non entrate e dite che avete sentito anche voi la stessa cosa?”. Nuccia Mastroeni, che aveva provato a registrare le urla con l’iPhone, senza successo, rispose: “Qualcuno sostiene che solo noi potevamo sentire quelle urla.”. Alessandra inclinò la testa, incredula. Manuel si avvicinò, si sollevò la maglietta e le mostrò un tatuaggio sul cuore: “Fino a ieri sera non avevo nessun tatuaggio in questo punto. Anche gli altri hanno lo stesso simbolo.”. La Osti, sentendosi presa in giro, non volle verificare. “Signorina.”, disse Salvatore, “Nemmeno io credevo a queste persone, ma ho lo stesso tatuaggio e non è una cosa che si fa senza che il tatuato se ne accorga. Verifichi per favore.”. Alessandra si allontanò senza salutare. Entrò di nuovo nell’hotel, e altre persone si scambiavano pareri su un misterioso tatuaggio apparso al loro risveglio. Corse alla toilette. Lo specchio non poteva mentire. La porta della toilette si aprì ed un agente donna, in borghese, la invitò a raggiungere il resto degli ospiti nella sala convegni. Circa cinquanta persone agitate attendevano sedute nella grande aula, mentre una decina di uomini, probabilmente agenti di non si sa quale organizzazione, controllavano la situazione lungo il perimetro della sala. Poco dopo si chiusero le porte ed una donna lesse l’elenco dei partecipanti al convegno del giorno prima, fornito dal personale dell’albergo. Tutti i presenti risposero, compresa Alessandra e il gruppo che poco prima si trovava fuori. “Mancano almeno trenta persone all’appello.”, disse Salvatore. Sul palco, un uomo con occhiali scuri, che stava seduto dietro quattro agenti, si alzò ed iniziò a parlare con tono solenne: “Signori, abbiamo motivo di credere che in questo luogo, ieri sera, durante il convegno della dottoressa Laura Colombo, sia accaduto qualcosa di inspiegabile. Qualcosa che potrebbe, e sottolineo potrebbe, avere conseguenze sulla vostra salute, fisica e mentale.”. Il pubblico si iniziò ad agitare. “Signori, state calmi, per favore. Siamo qui per verificare la natura e la causa di quello strano tatuaggio, che avete all’altezza del cuore. I nostri medici vi faranno un prelievo di sangue e tutti i controlli necessari. Sarete ospiti dell’hotel fino a quando non avremo finito gli accertamenti. Poi potrete andare. Grazie.”. “Avete individuato gli assenti?”, disse sottovoce alla collega. “Quasi tutti, signore.” “Bene! Inviate una squadra a prelevarli”. La donna esile dai capelli scuri e gli occhi di ghiaccio uscì dalla sala. Fuori la attendeva un furgone nero parcheggiato accanto ad un enorme caravan bianco con i vetri oscurati; i primi “tatuati” erano già in fila per effettuare gli accertamenti consigliati.
Nessuno si era accorto che nella SPA dell’hotel quattro donne non avevano risposto al richiamo degli operatori, che avevano fatto evacuare il centro benessere, chiudendolo, a causa dell’emergenza. “Sono andati via.”, disse Serena. “Possiamo iniziare.”
“Aneres, dove ci troviamo?”, chiese Francesca. La guardò in silenzio, mentre teneva la mano sinistra sulla testa di Raffaella, e rispose: “Se tu non sa dove tu trova, tu non capire se io dire. Tu scopre sola. Chiede aiuto a Grande Spirito. Lui è dove tu trova.”. “Non capisco. Chi è il grande spirito?”. “Come io detto, tu non capire. Cerca Grande Spirito, prima di notte.”. “Prima di notte? Cosa succede prima di notte?”. “Donna stare bene. Fare grande viaggio.”, disse Aneres, ignorando la domanda. Senza dire altro uscì dalla casetta e Francesca lo seguì. “Aneres, puoi aiutarci?”. “Aneres aiutato, ma tu chiede, perché non ascolta.”. Si mosse a passo lento in mezzo agli alberi, sotto lo sguardo confuso di Francesca.
In hotel qualcuno decise di opporsi agli accertamenti: “Non ho alcuna intenzione di farmi bucare il braccio da persone sconosciute.”, urlava la signora Privitera, “Non avete mostrato nemmeno i documenti. Io chiamo i carabinieri.”. L’agente decise di non insistere: “Faccia pure signora. Come vede, stiamo facendo tutto alla luce del giorno e le autorità sanno chi siamo. Noi siamo qui solo per aiutarvi.”. Salvatore osservava la lunga coda, insieme al piccolo gruppo. “Avete notato?”, disse Manuel indicando l’ultimo uscito dal caravan. “Sembrano come ipnotizzati. Non parlano, non si lamentano più, schiena dritta e si dirigono tutti nella stessa direzione.”, rispose Salvatore. “Sono troppo rapidi questi accertamenti. Ho contato massimo quaranta secondi.”, disse Giuseppe. “Voglio seguirne uno per vedere dove va.”. Si allontanò dal gruppo senza farsi notare, proseguì lungo le pareti dell’hotel, fino ad una stanza di servizio da cui si poteva vedere l’area esterna. Tutti gli esaminati salivano su un grande Tir nero, senza opporre resistenza. Una ragazza, evidentemente lucida, corse verso quella che doveva essere l’amica, o una parente. Un agente le puntò un’arma alla base del collo e la giovane svenne. Si rialzò dopo pochi secondi e si mise in fila con gli altri. “Dobbiamo andare via subito da qui.”, pensò, poco prima di sentire una fitta alla base del collo.