Ieri, domenica 2 settembre, ho trascorso una mattina meravigliosa al mare, con una rara famiglia Cama al completo. I due maschi più grandi hanno sempre impegni altrove, con gli amici, ma avendoli avvisati (e minacciati) qualche giorno prima, sono riusciti ad organizzarsi. Abbiamo affittato due sdraio ed un ombrellone, nonostante fossimo in sei, più l’ultima arrivata. Abbiamo letteralmente invaso la spiaggia, sotto gli occhi sorridenti dei vicini, intenti a capire se fossero davvero tutti figli nostri, o se ci fosse qualche nipote o amico infiltrato nel gruppo. Tento, come posso, di contenere la confusione, distribuendo compiti e responsabilità. Alessandro è il motivo principale dell’ansia di mia moglie, perchè inizia a girare per gli ombrelloni vicini in cerca di una palla (ne ha ben dodici a casa, di tutte le dimensioni), o di un bambino/a per giocare. Risolvo con braccioli e mare, mentre il fratellone lo prende in braccio e lo porta in acqua. Il quartogenito inizia a battere i piedini, come gli ho insegnato nelle settimane precedenti. Brian si meraviglia di quanta sicurezza abbia acquisito in acqua il bambino, sempre tra le sue braccia. Se fossero stati più presenti insieme a noi, avrebbero visto entrambi i progressi del piccolo. Normale amministrazione. Anche io fuggivo dalla famiglia alla loro età, per unirmi ai ritmi dei miei coetanei. Vorrei solo poter condividere con loro più momenti di vita possibili, perchè è sempre uno spettacolo indescrivibile il poter vedere i figli più grandi, giocare con i più piccoli. Dentro di me si scioglie quanto di pesante avevo accumulato per vari motivi, per lasciare spazio a quel calore che solo un genitore innamorato dei propri figli, può capire. Martina invece si è unita ad alcune bimbe e la figlia di amici incontrati per caso, nello stesso lido. E’ cresciuta facendosi strada tra due maschi forti e un po’ st****. Negli anni ha dovuto tirar fuori il meglio di sè, per difendersi. Più di una volta urla di non essere amata dai propri fratelli come vorrebbe, perchè a volte la prendono in giro per le cose più banali. Mi ricordano tanto noi tre, quando insieme a mio fratello torturavamo mia sorella. Era sempre lei a “mpuzzare” (fare la conta) a nascondino. Ma poi, quando riceve quel pensierino, quell’abbraccio o si ritrovano complici nel prendermi in giro per una foto postata su Facebook, si rende conto che non avrà alleati migliori in futuro. Una volta fuori mi concedo un attimo per osservare la piccola Noemi, che già a venti giorni sorrideva ed ora accenna anche ad espressioni che rischiano di essere ricambiate con evidenti morsi sulle “cosciotte”. La signora con i nipotini, il marito e la nuora, si lanciano per fare amicizia con questa allegra famigliola, dopo che il cucciolo Alessandro ha rotto il ghiaccio giocando a palla con la nipotina. Si parla dei sacrifici, di come sia difficile accontentare tutti e vien fuori che il papà delle due bambine, carabiniere, è in missione in Iraq. Percepisci a pelle, sia l’ansia della madre che della moglie. Ascoltiamo tutti in silenzio, e le intere giornate e le nottate che spesso trascorro per completare un software o un progetto pubblicitario, diventano sopportabili anche per la mia famiglia, considerando che altri passano mesi lontano dalla propria, rischiando la vita. Il tempo decide che è ora di rientrare. Ci salutiamo e nel complimentarsi, la signora usa la parola “coraggio”, riferendosi alla famiglia numerosa. Forse ha ragione, ma al momento considero che il rischio maggiore sia quello di trovarsi un domani con la casa affollata di nipoti. Ma è vero che vivere di tensione a volte pesa, quando sono fuori, sul motorino dell’amico, o presso il tal locale. Li aspetti. Li aspetti. Li aspetti.
Poi tornano e vai a dormire sereno. Stanco, ma sereno.
Brian è tornato dal DragonFest con alcuni doni. Martina è contenta: il fratello sapeva cosa desiderava da tempo. “Ho portato una cosa anche per te, papà!”, mi dice con mezzo sorriso. Tira fuori la collana di Harry Potter, con la pietra filosofale rossa. Non so cosa gli sia passato per la testa in quel momento, ma ogni commento da parte mia è superfluo. Che ognuno interpreti come vuole il valore simbolico del dono. Quello che so, è che nonostante sia padre da diciotto anni e nel tempo, di cinque figli, ammetto di non aver ancora capito cosa si celi dietro questo calore che avverto dentro, ma so che è l’unico mistero che non deve essere indagato, ma vissuto. Il rischio che si corre nel cercare di spiegare tutto, a tutti i costi, è quello di perdere la poesia, che accompagnata da un sospiro, nasce spontanea dal cuore.


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