A volte l’incoraggiamento arriva quando meno te l’aspetti. La persona che verso l’ora di pranzo passeggiava sull’altro marciapiede, e che si è fermata per complimentarsi, era una persona speciale. La incontro diverse volte durante la settimana, abita vicino al mio studio, ci salutiamo, ci rispettiamo, ma non ci si ferma mai a parlare di nulla. Solo un “Tutto bene?”, basta per essere felici della presenza dell’altro, in questa città, amata da entrambi. Ieri, 7 settembre sera, eravamo presenti ad un incontro culturale, insieme per la prima volta, da quando a Milazzo vengo invitato ad eventi come scrittore o come appassionato di tematiche di confine. Dato il tema della serata, “Visioni in stato di coma”, gli organizzatori mi hanno gentilmente invitato ad esprimere un parere. Anche lui ha fatto il suo breve intervento, cavandosela egregiamente, anche se non si è mai interessato a tematiche del genere e senza aver avuto la possibilità di leggere il libro della scrittrice. Ha espresso un parere con l’eleganza che lo contraddistingue da sempre. A queste parole, so già che commenterà dicendo: “Cama, non esagerare! Sta buono.”. Nonostante sia una delle persone più colte di Milazzo, solo la sua umiltà supera la cultura e l’umanità che non ha mai ostentato. Invece, nel mio intervento, ritengo di aver esagerato. Quando si toccano certi tasti non riesco più a contenere l’antipatico (e necessario) ricercatore che è in me. Ho vissuto e continuo a vivere esperienze delicate, mantenendo il giusto equilibrio tra il credere ed il sapere. Non tutti riescono a sintonizzarsi sulla stessa frequenza, ed è comprensibile. A volte i condizionamenti sono così radicati, da non permettere l’elaborazione di informazioni nuove, spesso destabilizzanti, che potrebbero aprire la mente a ipotesi alternative al “divino”.

“Mi è piaciuto il tuo intervento!”, mi disse rallentando. Il suo sguardo era diverso dal solito, mentre mi elogiava con altre parole. Avevo dimenticato quel giovane studente, che credevo ormai defunto, ma che invece era lì, in attesa di essere risvegliato da un lungo sonno. Un sonno che durava dal 1994, ultimo anno di scuola all’ ITT Ettore Majorana di Milazzo (all’epoca I.T.I.S.). Quando si diventa adulti, si vivono tante storie, e nel tempo comprendi a tue spese quanto sia importante difendersi dalla falsa gratificazione, profusa solo per sfruttarti e per soggiocarti lentamente. Rare volte incontrerai qualcuno disposto a gratificarti senza un secondo fine, soprattutto nel mondo del lavoro. Ma non è detto che debba essere sempre così. Ogni tanto incontri quelli che io definisco “incisori dell’anima”. Riescono a fare breccia, al momento giusto, forse inconsapevolmente, in quella corazza che hai costruito con il sangue e comprendi che in fondo anche tu, ogni tanto, hai bisogno di incoraggiamento. Lui non lo sa, ma è stato fondamentale nel mio percorso da scrittore, per due motivi: uno ai tempi della scuola, ed uno proprio questa mattina. Frequentavo il corso di Elettronica Industriale, amavo i computer e sapevo già cosa avrei fatto da grande. La letteratura non rientrava tra le mie priorità e ancora oggi non posso definirmi un intellettuale o uno scrittore preparato. A causa della mia immaturità, come quella degli altri miei compagni di allora, fraintendevo la sua disponibilità, la sua pazienza, la sua tolleranza, sottovalutando inizialmente il suo impegno; nonostante fossimo “discoli”, in quella numerosa classe di soli maschi, lui insisteva, per seminare qualcosa di buono. Discoli, ma mai, mai irriverenti.

Sentirlo parlare di Petrarca, l’altra sera, mi ha riportato indietro. Ho rivissuto per un attimo tra i banchi di scuola, insieme ai miei compagni di classe; noi, seppur distratti dall’adolescenza, restavamo a tratti incantati dal suo modo di vivere la lezione. In quelle pause utili, probabilmente, iniziava la semina i cui frutti avremmo raccolto nel tempo, ognuno secondo il proprio sentire. All’ultimo anno si dovette assentare dalle lezioni, per altri impegni. Fu allora che tutta la classe comprese quanto fosse importante nel nostro percorso formativo. Ci sentivamo smarriti. Era l’unica persona capace di tenere viva quella parte di noi che necessitava dell’equilibrio, tra la razionalità e la ricerca di qualcosa di più sensibile, per ricordarci che non dovevamo per forza essere solo tecnici concentrati sulle saldature dei componenti, ma che potevamo completarci, leggendo un buon libro o scrivendo una poesia, per dare voce a quella parte troppo spesso ignorata da tutti: l’interiorità. Quelle rare volte che riusciva ad essere presente, nonostante i nuovi impegni di allora, era palese la sua sofferenza. L’insegnamento gli mancava! In quella mano pronta a convogliare il significato più profondo di ogni parola, traspariva tutta la voglia di ritornare a tempo pieno, per seguire i suoi amati studenti. Noi eravamo già diventati adulti, silenziosi e felici del suo breve ritorno. Nel mese di luglio del ’94 ci furono gli esami per il diploma, ma lui non era presente. Avrei voluto che fosse lì, a tremare con me, quando agli orali portai la folle tesi: “L’influenza dello Spiritismo sul Decadentismo di fine Ottocento e le correlazioni tra Dante e la medianità.”. Il mio amico Marco, che seguiva l’interrogazione, mi disse che sembrava di assistere ad un convegno, non agli esami di Stato, tale era l’interesse suscitato negli insegnanti dalla mia esposizione. Nell’anno scolastico 1993/1994, infatti, iniziarono una serie di cambiamenti interiori che avrebbero poi influenzato tutta la mia vita, una volta fuori dalle mura sicure della scuola. Il professore Filippo Russo contribuì, con il suo esempio, all’inizio di una passione che non avrei mai più abbandonato: raccontare esperienze attraverso la scrittura, per avviare un processo di auto conoscenza. Il diario a cui affidavo quasi ogni sera le mie speranze, le mie emozioni, i miei dubbi e le apparenti certezze, da cui è nato il libro “Il confine invisibile”, mi è testimone. Ma tanto lui dirà che non è vero, che non ne ha alcun merito e questo atteggiamento non farà altro che aumentarne il pregio.

Il secondo motivo per cui è stato importante, oggi, è proprio perchè avevo bisogno di un po’ di incoraggiamento. Nel corso della mattinata sono sorte nuove esigenze familiari e l’unico modo che conosco per far fronte ad ogni problema, è lavorare. E’ sabato, fa caldo e volevo portare i bambini al mare, ma per completare un lavoro entro lunedì ho dovuto rinunciare. Ho saltato anche il pranzo, ma la cosa che mi abbatte tutte le volte, è lo sguardo silenzioso di Martina, mentre esco di casa. Ma ha dieci anni e sa che almeno questa sera usciremo insieme. Diventa più difficile se il piccolo Alessandro mi vede andar via. Quasi sempre piange. Mentre scendevo le scale le sue urla disperate echeggiavano fino al quinto piano. Volevo tornare indietro ancora una volta, abbracciarlo, rassicurarlo e dirgli che papà sarebbe tornato più tardi. Una volta fuori dal portone, decisi di fare quel chilometro a piedi, per tentare di allentare la morsa al cuore. Ero quasi arrivato, oppresso da mille dubbi, quando incontravo “casualmente”, il professore Russo. Le sue parole gratificanti mi hanno restituito, almeno in parte, il buonumore.
Ho terminato parte del lavoro, continuerò domani, anche se è domenica, ma non potevo andar via dallo studio senza prima condividere questo frammento di vita, con chi sa “ascoltare”, ma soprattutto per ringraziarLa, amato professore, invidiando gli studenti che ancora oggi possono godere della sua presenza e del suo insegnamento. Mi manca tanto il suo “Figghioli finemula!”, che tradotto liberalmente dal siciliano suonerebbe più o meno così: “Ragazzi, vi chiedo cortesemente di abbassare il volume della voce, di non bighellonare e di non lanciare aerei di carta non collaudati.”
Grazie di cuore professore. Spero di non averLa messa a disagio con questo scritto. Se vuole, mi punisca pure con un due. Non lo ha mai fatto, ma per me, sarebbe un onore.
Oggi, come allora.

Il suo alunno Luigi Cama, 5B e.i.
I.T.I.S. Ettore Majorana, 1989/1994


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