E’ tutto il giorno che mi frulla in testa un ricordo, scatenato dall’ennesima discussione tra mia moglie e mio figlio Davide. Quando decidiamo di acquistare Nutella, la mamma deve nasconderla sempre, altrimenti qualche furbetto ci infila dentro un cucchiaio e lascia pure le prove nel lavandino. Questa cosa fa andare fuori di testa la mia gentile consorte, la quale non fa altro che raccomandare di non abusarne e razionare bene il consumo in modo che tutta la famiglia ne possa godere. Il primo sospettato è sempre Davide, beccato già una volta con le mani nel barattolo. Mia moglie chiede il mio intervento ed io, imbambolato con un sorriso da ebete stampato in faccia, torno indietro di taaaaaaanto tempo. Avrò avuto nove o dieci anni. Mia madre riponeva la Nutella sul ripiano più in alto. Era sabato, era molto tardi, saranno state le due o le tre del mattino. Mi diressi dritto in cucina, senza accendere le luci e a piedi scalzi. La poca luminosità proveniente dalla strada era sufficiente. Avvicinai una sedia ad un mobile leggermente più alto, aprii l’anta del pensile in cui si trovava il barattolo, mi arrampicai un pochino e riuscii a spostarla sul piano inferiore. Accanto c’erano i biscotti a forma di ciambella, prodotti da un forno della provincia di Messina, che già da soli mi mandavano in estasi, ma affondati nella Nutella… Lasciai tutto aperto e con in corpo la carica di energia che mi svegliò dopo pochi secondi, decisi di accendere la televisione. C’era un film di fantascienza in bianco e nero, forse la “Guerra dei mondi”; mi accomodai e ogni tanto salivo sulla sedia per affogare la ciambellina nel barattolo, che si tirava dietro quintali di Nutella.

Mio padre aveva il sonno leggero. Appena sentii il lamento stridulo della maniglia della camera da letto dei miei genitori, impiegai una frazione di secondo a spegnere la televisione, salire sulla sedia, chiudere le ante del pensile, senza sbatterle e nel buio, scivolare nell’unico corridoio dell’appartamento. Lui procedeva lentamente. Sentivo le sue ciabatte strofinare sul pavimento, e altri rumori “naturali” che non posso descrivere in questa sede. Vedevo la sagoma esile in controluce, avanzare verso la cucina e dovetti improvvisare. Mia madre, temendo il mal tempo, aveva piazzato i due stendini nel corridoio. Mi infilai sotto il primo, pieno di vestiti umidi e attesi immobile. Mio padre rallentò e io già immaginavo le “caccagnate” che avrei preso. Invece proseguì, si fermò sulla soglia della cucina e accese la luce. Lo osservavo con il cuore a mille. Vedevo la sua faccia assonnata, per nulla turbata, fissare la stanza vuota. Entrò in cucina ed io ne approfittai per passare sotto il secondo stendino per fuggire dritto nella mia camera.

Dopo alcuni anni appresi che mio padre, da piccolo, era sonnambulo ed una volta lo presero in tempo, sul davanzale della finestra. Forse quella sera si trovava in quello stato e chissà cosa sarebbe accaduto, a me o a lui, se ci fossimo incrociati in piena luce.

La mattina seguente temevo che mia madre iniziasse le indagini e invece tutto filò liscio come l’olio. Aveva notato probabilmente che qualcuno aveva scavato nel barattolo, ma non trovando l’arma del delitto in giro, aveva lasciato correre.

L’espressione da ebete, con quel sorrisetto idiota stampato sul volto, quindi, non era per mia moglie, ma per mio figlio.
Lui si era fatto beccare a quattordici anni, ed io a dieci ne ero uscito pulito, come un non so che cosa.
E’ proprio il caso di dirlo: “Negli anni ottanta eravamo più furbi”

 

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