Era da poco passata la mezzanotte. La donna alla soglia dei quaranta cercò nel buio la spalla del marito. Tastava il letto in più punti, ma non lo trovava. Aprì gli occhi, cercò l’interruttore e accese la luce della lampada sul comò. Il marito non c’era. “Sarà alla toilette.”, pensò. Poggiò la testa sul cuscino e attese qualche minuto. Abitavano in quella grande casa a tre piani, circondata da un giardino, da alcune settimane. Non si era ancora abituata al nuovo ambiente. Le abitazioni precedenti erano degli appartamenti modesti, poche stanze, eppure, ci abitavano in otto. Solo una dei sei figli si era sposata. Gli altri cinque li avevano divisi al secondo piano e nel seminterrato abitabile. Di giorno appariva come una piccola villa con garage. L’aveva sognata per tutta la vita. L’ingresso principale si apriva su un salotto, ed il piccolo corridoio consentiva l’accesso alla stanza da pranzo collegata alla cucina. Il piano terra consentiva l’accesso, tramite le scale interne, al piano inferiore e al primo piano. Una stanza da bagno per ogni piano, quattro camere da letto ed una veranda esterna tramite cui era possibile accedere al giardino. Una casa da sogno che di notte, però, non appariva così sicura. Ne aveva parlato con il marito e avevano concluso che si trattava di una questione di adattamento; dopo qualche mese quelle brutte sensazioni sarebbero svanite. Nel silenzio della camera da letto tentava di percepire il minimo rumore dal bagno, o la puzza di fumo della sigaretta che lui accendeva, nonostante lo avesse pregato più volte di non farlo. Nessun rumore, nessun odore.
Trascorsero una decina di minuti e decise che erano troppi. Sollevò le lenzuola, lasciò le ciabatte e si mosse a piedi nudi nel corridoio. La porta della toilette era aperta e dentro non c’era nessuno. Diede un’occhiata alla camera delle due ragazze che dormivano tranquille. La terza camera da letto del primo piano, era vuota. Fissava il grande armadio della suocera, defunta da poco tempo. Alcune ante erano aperte, nonostante le avesse chiuse. Non se la sentì, in quell’ora buia, di entrare in quella stanza che evitava come la peste. Quelle ante cigolavano sempre e lo stridio era insopportabile. Di fronte all’ingresso di quella stanza c’erano le scale per accedere al piano terra; non accese la luce, per non turbare il sonno delle figlie. La poca luce proveniente dalle varie persiane era più che sufficiente. Scese i primi scalini e superò anche la parete curva che soffocava la vista per un attimo, per poi aprirsi sul grande salotto all’ingresso. Il divano era vuoto e la televisione da trentadue pollici spenta. Tutto taceva. Scacciò qualsiasi pensiero negativo e le immagini orribili che le violentavano la mente; una casa così grande, con due ingressi, poteva attirare malintenzionati e già alcune sere prima aveva sentito dei rumori strani, dopo essersi recata in cucina per la sete. “Dove sei, Gianni?”, pensò, mentre procedeva lentamente. Giunse di fronte alle scale inferiori, totalmente buie, senza luce. Quella pessima impressione che più volte l’aveva angosciata, si fece strada nelle sue vene. Il seminterrato era grandissimo, vuoto e ogni minimo rumore giungeva come una minaccia. Iniziò a preoccuparsi anche per i tre ragazzi presenti nell’unica stanza da letto. Mentre cercava l’interruttore posto accanto al corridoio che dava sulla camera da pranzo, si rese conto che dalla porta accostata filtrava una luce. Con il cuore in gola, sempre al buio, si avvicinò alla porta e guardò attraverso la fessura. Ciò che vide le fece gelare il sangue. Aprì di scatto la porta per intervenire prima che fosse troppo tardi. Proprio in quel momento il marito sollevava l’ennesima forchettata di spaghetti aglio, olio e peperoncino. La mano dell’uomo vibrò disumanamente, i suoi occhi calabresi fuoriuscirono dalle orbite, mentre il suo cuore si fermò per alcuni istanti fatali. “Mi facisti scantari!”, disse il marito, che liberamente tradotto dal siciliano, significa: “Tesoro, che simpatica sorpresa. Mi hai fatto sussultare, così bella con i tuoi capelli folti e scuri, ben pettinati a quest’ora e questa meravigliosa vestaglia lunga bianca che ti illumina il viso a mezzanotte. Vuoi unirti a me in questa elegante degustazione notturna?”.

Mio padre amava alzarsi la notte, soprattutto il sabato, per rilassarsi con due spaghetti, variando a volte con del pomodoro fresco e basilico. Un’abitudine che credo di aver ereditato.
Questo racconto spiega molte cose, come ad esempio, da chi può aver preso mia figlia Martina, la pessima abitudine di alzarsi la notte vestita di bianco con i capelli sciolti, con l’intento di assassinarmi nel sonno. Ne parlo in questo post: https://www.luigicama.it/…/quando-vostra-figlia-si-present…/ .
Riflettendo poi, ho ricordato che anche mia moglie ha più volte tentato alla mia vita nel cuore della notte, mentre lavoravo al computer. Potrebbe essere un virus che contagia solo le donne?

P.s. Ringrazio mia madre per avermi chiesto duecento volte di raccontarlo, dopo aver scoperto che finalmente avevo deciso di iniziare a sput… a raccontare le strane vicende della mia famiglia, presente e passata.


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