Non sono stato sempre amorevole con i miei figli, lo confesso. Una volta (quella che mi ricordo), mi sono comportato come un vero sadico. Originale, aggiungerei. Brian aveva circa dieci anni e quel pomeriggio non volle uscire con noi. Non lo avevamo mai lasciato da solo in casa. “Sei sicuro che non vuoi venire con noi? Se accade qualcosa di grave, come un incendio, una fuga di gas o i ladri che tentano di entrare, come ti comporti?”, lui mi fissò un attimo, accennò ad un sorriso accentuando le sue guanciotte da criceto e poi rispose: “Chiamo il 911”. Tutta colpa di CSI. Gli lasciammo il cellulare della mamma e un foglietto con su scritti i vari numeri da chiamare in caso di emergenza. “Per qualsiasi cosa puoi chiamarci o inviarci un sms. Però se vieni con noi facciamo merenda da qualche parte, che ne dici?”. Rifiutò, nonostante fosse un goloso. “Guarda che non c’è niente in casa. Sei sicuro?”, dissi sperando di convincerlo. Effettivamente stavamo andando a fare un po’ di rifornimento per la ciurma (eravamo ancora a tre scimmie). Non riuscii a farlo desistere e dettai l’ultimo consiglio, quello che tutti i genitori ritengono fondamentale: “NON APRIRE A NESSUNO!”. In auto avevamo gli altri due, Martina di due anni e Davide di sette, che ha ereditato parte del mio sadismo. “Sei sicuro di volerlo lasciare da solo in casa?”, disse mia moglie. Per lei è sempre stato difficile lasciarli in casa da soli, ed ora che sono grandi si ammala tutte le volte che ritardano. Quando si dice “cuore di mamma”. “Aspettiamo qualche minuto. Se lo conosco bene ci chiamerà tra poco.”. Dopo cinque minuti, infatti, arrivò un sms: “Ho fame!”. Gli risposi: “Peggio per te, devi aspettare il nostro ritorno.”. Eravamo ancora sotto casa e ovviamente eravamo intenzionati a farlo venire con noi. “Papà, gli facciamo uno scherzo? Così impara la lezione.”, disse il nano sadico. “Non fate gli scemi che poi non ci resta più in casa da solo.”, disse saggiamente mia moglie. Non volevo dare il cattivo esempio, ma l’occasione era perfetta per giocare con loro. Purtroppo la situazione mi sfuggì di mano. Entrammo nella palazzina a due piani in cui abitavamo all’epoca e ci recammo al primo piano. Davide già rideva senza alcun motivo. Bussai alla porta due volte. Dall’altra parte silenzio. Bussai nuovamente, più forte. Dall’altra parte si udivano passi nervosi. Davide teneva la mano davanti alla bocca per non farsi sentire, rischiando l’asfissia. Afferrai la maniglia della porta d’ingresso e strattonai deciso, come se un ladro fosse intenzionato a forzarla. Dall’altra parte, il povero Brian iniziò a piangere implorando: “Andate via. Sono un bambino. Ci sono solo io.”. Davide non riusciva a trattenere le lacrime per le risate, mentre io, preso dal rimorso, ma ridendo, tranquillizzavo il malcapitato affamato mentre infilavo la chiave nella serratura. Aprii la porta e lo abbracciai, cercando di sdrammatizzare. Fece una risata isterica, ma non cessava di piangere. Con un po’ d’acqua fresca sul viso si calmò. Raggiungemmo le nostre ragazze che ci attendevano in auto. “Che avete combinato?”, disse la mamma sospettando il peggio. “Abbiamo fatto un test a tuo figlio. Non ha aperto a nessuno, ma è risultato comunque idoneo ai furti e ai sequestri.”. La paura passò e ne approfittammo per evidenziare i pericoli a cui siamo esposti tutti, ma soprattutto loro, piccoli angeli che si fidano degli adulti, anche se estranei. Ancora oggi Brian, prossimo ai diciotto anni, ricorda quell’esperienza, ridiamo, ma un dubbio ancora devo risolvere: avrà capito che se fa il 911 non rispondono quelli di CSI? Preso dalla curiosità ho effettuato una ricerca su Google e pare che il 911 in Italia sia attivo e faccia un redirect sul 112. Ho fatto una prova e squilla, ma ho messo giù. Vuoi vedere che mio figlio aveva dato la risposta giusta a dieci anni? E chi glielo dice adesso che aveva ragione?


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