La notte del 31 dicembre 1999, il mondo stava per finire. Tutti attendevano l’Apocalisse che sarebbe giunta a causa del “MillenniumBug”, il nome che fu attribuito ad un potenziale difetto informatico (bug) che si manifestò a mezzanotte del duemila, per l’appunto, il nuovo millennio. I media annunciavano la catastrofe già da mesi, il blocco totale di tutti i servizi, l’esplosione di impianti controllati da computer e la fine della civiltà moderna. Non avvenne nulla di così catastrofico e in ogni caso, io avevo altro a cui pensare. Il 29 dicembre 1999 avevo sposato una ragazza speciale e già quella notte ragionavamo sul futuro. Decidemmo di attendere per il primo figlio, almeno un anno, giusto per sistemarci con il lavoro, o per meglio dire, giusto il tempo di trovare un lavoro stabile. Abitavamo a Borghetto, in Liguria, vicino Loano. Nessun capitale messo da parte e nemmeno una lira. Per coloro nati nell’era decadente dell’euro, che non hanno vissuto l’epoca serena della lira, posso solo dire che in qualche modo avevamo raggiunto una certa stabilità e con centomila lire (cinquanta euro circa), facevamo la spesa per tutto il mese. Un po’ difficile crederlo, ma è così.

La domanda sorge spontanea: “Come avete fatto a sposarvi, senza una lira?”. La risposta a questa domanda è talmente lunga che occorrerebbe un libro intero per raccontare questa storia d’amore. Non siamo stati costretti da nessuna circostanza “urgente”. Semplicemente, volevamo stare insieme per sempre e riuscimmo a coronare il nostro sogno. Dopo Capodanno, celebrato in Sicilia come il matrimonio, rientrammo in Liguria. Alcuni giorni dopo lei iniziò a lavorare in una pizzeria da asporto come addetta alle pulizie, mentre io collaboravo con uno studio di architettura allo sviluppo di siti web e grafica pubblicitaria. Qualche giorno dopo, il ritardo. Non dimenticherò mai l’emozione e la paura per quella linea rossa sul test di gravidanza. Lei attendeva un mio segnale, come sempre, per capire se potevamo esultare. “Auguri mamma!”, le dissi. “Auguri a te papà!”, mi disse ricambiando il bacio. “E adesso?”, mi chiese timidamente. “E adesso, tu te ne stai a casa e io provo a prendere il tuo posto in pizzeria.”, le risposi, sicuro di potercela fare. “Vuoi fare due lavori?”, obiettò con occhi colmi d’ammirazione, ma preoccupati. “Se è necessario ne farò tre di lavori. Stai tranquilla. Questa notizia mi fa sentire così vivo e pieno di energia che potrei fare qualsiasi cosa per voi.”. Quando ami una persona, quando hai un obiettivo da raggiungere, quando hai una motivazione che supera tutto ciò che un tempo credevi fosse importante, senti di non aver bisogno d’altro, se non dei suoi occhi innamorati.

Credo sia stato il bacio più intenso e l’abbraccio più lungo della nostra vita, in quel piccolo appartamento silenzioso, che dopo nove mesi avrebbe accolto i pianti di Brian. Avevamo deciso il suo nome tre anni prima, da fidanzati. La mia passione per i Queen incise su questa decisione, ma non me la sentivo di proporre il nome “Freddie”, troppo scontato. “Brian”, il nome del chitarrista, “suonava” meglio. L’alternativa era Dylan e nemmeno questa scelta era casuale. Il buon numero di DylanDog che ancora conservo la testimoniano. Prima o poi chiamerò qualcuno Dylan, visto che non me lo ha permesso nemmeno con il secondo e il quarto maschio.

Il titolare della pizzeria accettò. Iniziai come lavapiatti, la sera, mentre la mattina presto dovevo pulire tutto il locale, interno ed esterno, prima dell’apertura. Non era grande, non c’erano nemmeno posti a sedere, e avevo un iter preciso da seguire, dal retrobottega fino alle vetrine. Veder risplendere quel locale grazie “all’olio di gomito” con cui mi impegnavo, mi gratificava. Poi avevo tutta la giornata per continuare il mio lavoro principale e per studiare gli strumenti della neweconomy: figure come il webmaster, il webdesigner, il webdeveloper, e altre professionalità correlate, sarebbero presto diventate strade sulle quali sarei riuscito, con grandi sacrifici, a concretizzare le mie passioni creative e a campare la famiglia, fino ad oggi.

Il titolare impiegò una settimana per capire che poteva fidarsi di me. La seconda settimana mi lasciò le chiavi del locale. La notte chiudevo io, mentre lui poteva andare via prima, con l’incasso della giornata. Quello che non sapeva, era che nel corso delle prime due settimane avevo focalizzato la mia attenzione sull’impasto e la preparazione delle pizze, che non venivano allargate con le mani, ma inserendole in una pressa termica che schiacciava il panetto. In meno di un minuto, una persona veloce ed esperta, avrebbe potuto fare una pizza, ma i due dipendenti impiegavano molto più tempo e le pizze non erano farcite a dovere. Questa cosa mi frustrava, perchè la pizzeria andava bene, ma poteva essere gestita meglio. Una sera, mentre lavavo le ultime stoviglie e mi accingevo a ripulire il locale, mi disse: “Sei un bravo ragazzo e sono felice che stai per diventare padre. Vorrei darti di più, ma dovresti venire qua anche la mattina per preparare l’impasto.”. Non sono mai stato modesto, anche se ho fatto dell’umiltà la mia arma principale, ma certe situazioni richiedono un minimo di spavalderia, per cui gli risposi: “Ti ringrazio della proposta e ovviamente accetto, e ti dirò di più: tra nemmeno due settimane mi lascerai gestire la pizzeria e tu verrai solo per ritirare l’incasso.”.

Si mise a ridere, sfottendomi, dandomi del presuntuoso, accennando al forno elettrico che andava gestito in un certo modo, dei clienti che dovevano essere conquistati anche con la simpatia, la battuta pronta e la cortesia. “Non ti montare la testa. Ho impiegato anni prima di poter gestire la mia pizzeria da solo. Adesso arrivi tu e pensi di poter imparare tutto in quindici giorni?”. Avete presente l’espressione che aveva Lupin III in quella indimenticabile serie che trasmettevano negli anni ottanta (una lacrima furtiva sul mio viso), quando abbassava la testa, accennava quel sorrisetto che faceva incazzare il cattivo di turno, perchè sembrava sapere qualcosa che lui non sapeva? Avevo la stessa espressione, mentre di spalle pulivo il pavimento e rispondevo: “Tra quindici giorni ne riparliamo.”. La verità è che continuavo a pensare: “Se ci riesce lui, figurati se non ci riesco io.”. Dopo quindici giorni fui in grado di gestire la pizzeria, di coordinare le risorse umane e fare in modo che ogni persona tornasse per la qualità della pizza, oltre che per l’ambiente sano e sereno. Lui veniva solo per ritirare l’incasso, che era aumentato dopo due mesi dal mio ingresso. Ovviamente, prima di accettare il mio nuovo ruolo, pretesi un vero stipendio, con la promessa di essere messo in regola a fine estate. Riuscivo persino a fare le consegne a domicilio in tempi da record. Come facevo? Avevamo una squadra perfetta! I fannulloni si erano auto esclusi ed io ero riuscito ad introdurre mia sorella Simona, che in breve tempo dimostrò di avere la mia stessa voglia di fare, di crescere e di divertirsi lavorando. In un’altra occasione vi racconterò di quella volta in cui volò una Marinara fuori dal forno. Fu un momento drammatico, quanto esilarante.

Tornavo la sera tardi, a volte tardissimo. Non andavo via fino a quando non avevo venduto l’ultimo panetto di pizza. Non restava mai nulla, se non la pizza che mettevo da parte per mia moglie o un toast francese. Tornare da lei, il cui pancione cresceva in un corpo dalle abbondanti forme per me sempre più dolci e attraenti, era ciò che avevo desiderato fin da ragazzo. “Lei non dormiva, se non ero ritornato.”, cantava Nicola di Bari in “Paese”, una canzone che rievoca scenari d’amore e di rinunce.

Giunse il 27 settembre 2000. Avevo venticinque anni. Lei diciannove. Brian se ne stava comodo in quel pancione, già in posizione, ma senza alcuna contrazione o dilatazione. Non aveva alcuna intenzione di venir fuori. Alla fine furono costretti a fare il parto pilotato che induceva il travaglio, ma in forma accelerata. Vederla soffrire, così piccola, non fece altro che intensificare ciò che provavo per lei. La seguii in sala parto, dove potevo tenere solo la sua piccola mano, e lì vidi altra sofferenza. Spesso si scherza sul fatto che la moglie deve patire solo nove mesi e il tempo necessario per il parto, mentre il marito deve patire tutta la vita per sopportarla. Realizzai una grande verità, mentre mio figlio veniva sollevato in aria e le lacrime sgorgavano a fiumi: il confine tra la vita e la morte cessa di esistere all’atto del parto, il tempo si annulla e si aprono le porte dell’infinito.

Per quanto l’uomo possa sforzarsi di paragonare il suo “dolore” a quello del parto, dovrà prima o poi rassegnarsi a considerarlo poco più che un attacco di diarrea fulminante. Le energie in gioco all’arrivo di una nuova anima nel nostro mondo, richiedono una creatura sublime, capace di donare tanto amore, in cambio di tanta sofferenza. Nulla potrà mai sostituire la donna nell’esperienza più misteriosa dell’universo: la procreazione.

In me accadde qualcosa che ancora oggi mi tiene in bilico tra due mondi. Qualcosa di meravigliosamente inspiegabile.

Sembrava tutto così perfetto, e lo era, ma la vita stava per mettermi a dura prova. Non è il caso di raccontare cosa accadde attorno a noi in quei giorni, ma ciò influì sulle mie scelte future. Fui costretto a considerare famiglia, solo quella che stavo creando. Come se non bastasse, il titolare della pizzeria, dopo aver incassato come mai in vita sua, grazie a me, ritrattò l’accordo, proponendomi di restare ad un prezzo inferiore e senza alcun contratto. Non volevo sottomettermi alla volontà di una persona che non aveva più nulla da darmi, in termini di esperienza. L’allievo aveva superato il maestro e meritavo rispetto. Quella persona, ipocrita e arida, voleva far leva su quella che considerava la mia debolezza: mio figlio. Era sicuro che avrei accettato per paura di non poter comprare i pannolini. Una storia che si è ripetuta con altri vampiri nel corso degli anni. I miei figli non sono mai stati una debolezza, ma la mia forza, il motivo per cui esisto, per cui creo, per cui mi rialzo tutte le volte che cado, per cui prendo a pugni la vita quando si fa dura, per cui mi fermo e decido di cambiare strada.

Questa foto ritrae quel giorno. Il mio ultimo giorno di lavoro, con un fisso mensile. In un solo scatto, un milione di emozioni, di ricordi, di storie. Un milioni di dubbi.

Il mio primo PC, su cui girava Window98, l’impianto Hi-Fi della Sony su cui ascoltavo i Queen con l’immancabile poster di FreddieMercury, che mi aveva seguito dalla Sicilia; la stampante a getto d’inchiostro, la tavolozza digitale, gli appunti delle ricerche alternative e tanti altri oggetti acquistati con il duro lavoro. Di quella stanza, oggi, sopravvivono solo l’orologio, i due quadretti con il viso di donna, i libri che non si vedono e la foto ricordo del nostro matrimonio. Il poster di Freddie ci ha seguiti al nostro rientro in Sicilia, nel 2001, ma inspiegabilmente non sono più riuscito a trovarlo.

Quel pomeriggio tornai a casa prima del previsto. L’orologio segnava le quattro e un quarto. Presi Brian in braccio, entrai nella mia stanza per cercare un po’ di conforto tra le copertine dei miei libri e del vero strumento di lavoro che avevo trascurato negli ultimi mesi. In quel momento era tutto ciò che avevo per risolvere i problemi. Tornai a studiare, consapevole che chi possiede la conoscenza, può creare il proprio lavoro. Ma ero stanco. Non sapevo ancora che era l’inizio di un lungo calvario, ma è servito anche quello. Tornato in Sicilia ricominciai da zero.
Ma questa è un’altra storia.

Ciò che vale davvero la pena ricordare adesso, è l’arrivo di mio figlio.

Caro Brian, se non ci fossi stato tu e la tua bellissima mamma, la mia vita avrebbe preso probabilmente un’altra direzione. Sei nato a mezzanotte e venticinque: in quel momento moriva il figlio che fino ad allora aveva offuscato la mia capacità di giudizio, e nasceva il padre. La notte tra il 26 e il 27 settembre del 2000, è cambiato tutto nella mia vita. Sei stato il mio “Millennium bug”. Hai aperto una nuova strada e di questo, non posso che ringraziarti. Per sempre.

Buon compleanno amore di papà. Buon compleanno anche a me e alla mamma, perchè con te festeggiamo i nostri primi diciotto anni da genitori.

Ricordati: “Diciotto anni non sono il traguardo, ma l’inizio. L’inizio di qualcosa che scopriremo insieme.”

Papà.


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