Hai mai giocato a nascondino?
Spero proprio di si, altrimenti hai perso il gioco più bello del mondo. Se poi avevi una sorella minore da torturare, allora il divertimento raddoppiava. Con i bambini normali, d’estate, giocavamo all’aperto: indimenticabili le corse per fare “tana libera tutti”. Noi siciliani usiamo anche l’opzione “Mamma fausa”, quando chi sta sotto fa il nome della persona sbagliata. Ma era difficile riuscire a finire il gioco? Noi eravamo circa trenta bambini, in quella via, “veda un po’ lei”… Ma le serate d’inverno erano le migliori. Si giocava dentro. Avevo dodici anni e mio fratello dieci. Nostra sorella era un’adorabile cavia di sette anni. Trovavamo sempre il modo di farla “‘mpuzzare”, ovvero, metterla sotto per fare la conta. Come se non bastasse, in quella stanza inventammo una nuova regola, giusto per complicarle la vita: doveva cercarci al buio. Il vantaggio era che in certi casi potevi stare in piedi in un angolo e se ti trovava, doveva prima riconoscerti. Contava fino a venti e poi spegneva la luce. Man mano che la vista si abituava all’oscurità, potevamo vedere la nana bionda, che da piccola assomigliava a “riccioli d’oro”, fermarsi al centro della stanza per ascoltare il nostro respiro. Massimo, agile come una scimmia, lo potevi trovare anche dentro l’armadio, magari aggrappato all’asta che reggeva i vestiti. Io preferivo stare sotto il letto e quando le sue piccole manine nel buio mi sfioravano le gambe, partiva la risata isterica mista a paura, mentre tentavo di uscire per spostarmi. La mia risata assomigliava a quella di una gallina in calore. Non ci si poteva liberare, ma se lei sbagliava nome, doveva tornare sotto. Eravamo perfidi. Se lei indovinava, dovevamo in qualche modo simulare lo scambio di persona. Ma qualche volta Massimo restava incastrato da qualche parte, o si catapultava fuori dall’armadio con tutti i vestiti e lei arrivava prima all’interruttore della luce. Altre volte beccavo il letto con la testa. Quella volta in cui riuscì a fregarci, toccava a me ‘mpuzzare. Contai, senza sbirciare, ma d’accordo con il compare che l’avrei trovata subito. Una volta al buio, tentai di sfruttare la luce che proveniva da fuori in quel momento, per individuarla. La mia stanza era posta nel seminterrato, le finestre erano piccole e posizionate in alto. Quando mio padre tornava la sera, riponeva l’auto in garage e nel percorrere la discesa, i fari dell’auto illuminavano tutta la stanza a giorno. Diedi una rapida occhiata, ma non la vidi. Mio fratello mi indicava il piano superiore del letto a castello. Mi arrampicai, ma non trovai nessuno. Guardammo sotto i letti, aprimmo gli armadi, scavammo in ogni buco della stanza, ma di lei nessuna traccia. Iniziai a preoccuparmi. Intanto mia madre urlava dal piano superiore che la cena era pronta. Mio padre pretendeva tutti a tavola, quando arrivava. Mi arresi. Accesi la luce e guardammo nuovamente in tutta la stanza. Era sparita e vista la mia fervida immaginazione, pensai ad un salto spazio temporale. Poi, finalmente, non riuscì più a trattenere quella risatina soddisfatta. Non riuscivamo a capire da dove provenisse la risata, ovattata, quasi soffocata. Finchè non mi accorsi che il letto era leggermente spostato. Mi accostai al muro e vidi quel faccino con gli occhi verdi incastrato tra il muro e il materasso. Si era completamente spalmata, tanto era esile, protendendo le braccia in avanti. “Guarda dov’è!”, dissi a mio fratello, mentre istintivamente spostavo il letto a castello. Non avendo nessun appiglio, la piccola peste baciò il pavimento in mezzo secondo. Ricordo che fui colto dal terrore nel vederla cadere. Come previsto, le sue urla raggiunsero mio padre che, già nero per il nostro ritardo a tavola, quando giunse in camera mia, riportò saggiamente l’equilibrio. “Simona, con noi non giochi più, piangi sempre per ogni cavolata.”, le ripetevamo. Era vero e se rifiutavamo, simulava il pianto pur di costringerci a darle qualcosa. Ti guardava con gli occhi sgranati, il sorriso stile bambola maledetta, e iniziava piano dicendo: “Pappppààààà…”, per aumentare gradualmente la seconda volta. Di solito ci bastava la prima minaccia. “Con noi non giochi più. Piangi sempre.”. Oggi queste parole andrebbero invertite: “Piango sempre, perchè non siete qui a giocare con me.”.

Tanti auguri sorellina, per il tuo TRENTOTTESIMO compleanno. L’ho già detto che sono TRENTOTTO ANNI?
Trentotto tigri se ne andarono via trotterellando. Trentotto tigri contro trentotto trighi. Da prendere trentotto volte al giorno, prima dei pasti. Penso possa bastare 🙂

Non oso immaginare nascondino oggi con figli e nipoti. Ventiquattro ore di ricerche insieme alla scientifica per trovarli tutti. E alla fine ci sarà sempre qualcuno dato per disperso… 😅