“Sei nera e non sai cantare!”. Quando mia figlia mi raccontò cos’era accaduto a scuola, ad una bambina originaria del Bangladesh, provai disgusto e pena. Durante le nostre passeggiate sul lungomare Garibaldi, a Milazzo, solitamente il sabato o la domenica sera, mia figlia Martina mi chiede sempre di poter restare a giocare con la sua ex compagna di classe che chiameremo Raili. Ci avviciniamo alla bancarella che tutte le sere, pazientemente, viene allestita dai suoi genitori che lei aiuta senza mai lamentarsi. Il padre, un uomo esile dai capelli grigi, di circa cinquantacinque anni, tutte le mattine si reca in bicicletta a lavorare nei campi a diversi chilometri da casa, sotto il sole cocente e con qualsiasi condizione metereologica; la madre, donna minuta e riservata, i primi tempi si limitava a salutarci senza interagire. Un giorno Martina invitò la sua amica Raili a casa nostra, e ovviamente acconsentimmo senza alcuna esitazione. Quel giorno suo padre ci portò della frutta in segno di amicizia. Da allora anche la moglie cambiò atteggiamento, ricambiando con il sorriso tutte le volte che li incontriamo. Durante una di queste uscite, Martina si ferma e chiede ai genitori se Raili può giocare. Non dicono mai di no. A volte giocano a “Un, due, tre, stella!”, o a nascondino, oppure si raccontano le loro storie da bambine. Noi le lasciamo lì, sotto l’occhio vigile del padre e proseguiamo la passeggiata, restando comunque intorno a loro; altre volte portiamo Raili con noi e lei sorride sia all’andata che al ritorno. Questa fiducia reciproca è importante. Dopo poco più di mezz’ora torniamo indietro a recuperare nostra figlia, ma stanno ancora parlando. Concediamo altro tempo, anche perché Alessandro dorme, Noemi è tranquilla e non si ha voglia di rientrare a casa per subire il caldo d’agosto. Quando finalmente Martina decide che può lasciare la sua amica, noto subito un’espressione triste. Ci racconta che Raili, di poco più grande di lei, nei mesi precedenti era stata presa di mira da un piccolo gruppo di bambine, capeggiate da una in particolare, che la isolavano insultandola durante le prove della recita di fine anno, perchè non sapeva cantare. Raili è una bambina dolcissima, dalla bellissima pelle scura che d’estate diventa ancora più scura; educata e sensibile, proprio come i suoi genitori, ha un rendimento scolastico sopra la media. Forse per questo motivo la temono, la invidiano e in qualche modo questo genere di atteggiamenti, per quanto amari, rientrano nella norma tra bambini delle elementari; ma alla presa in giro aggiunsero un insulto: “Sei nera e non sai cantare.”. Mentre lo raccontava, Martina era molto dispiaciuta: “Papà, Raili mi ha detto che era triste, perchè alla recita le hanno detto che era nera e non sapeva cantare. Ma perchè lo hanno fatto? Perchè si comportano così? Lei è una bambina come le altre.”. Le accarezzai il viso, mentre con l’altra mano spingevo il passeggino di Alessandro e mia moglie commentava amareggiata. Stavo per aprire un sermone sul razzismo, sull’importanza dell’esempio da parte dei genitori, sulla responsabilità di chi fa televisione, di chi scrive sui social e pubblica video devianti, ma provo ad aggirare l’ostacolo, vedendo quell’insulto da un’altra prospettiva: “Forse intendevano che di solito le donne nere hanno una splendida voce.”. Lei ci pensa un attimo, ma non è convinta. “Papà, quando frequentavo quella scuola c’era sempre qualcuno che la prendeva in giro perchè è straniera. Io le ho detto di fregarsene, perchè lei è come me e come tutte le bambine del mondo.”. L’accarezzo di nuovo. “Amore, a volte i bambini sono involontariamente condizionati da discorsi stupidi che sentono dai grandi, da persone per strada, alla televisione, e non si rendono conto che anche solo una parola può spezzare il cuore. In questo periodo la parola razzismo è usata spesso ed è associata a persone e situazioni che per ora affliggono tutta l’Italia. Ma Raili non ha nulla a che vedere con queste situazioni. L’unica cosa che puoi fare è restarle amica, continuare a dimostrarle il tuo affetto, in modo che si renda conto che non tutti sono vittime dell’ignoranza. Sai, amore mio, nella vita si incontreranno sempre persone che per vari motivi tenteranno di scoraggiarti, ma ci saranno anche persone che ti ricorderanno quanto sei preziosa in questo Universo. Piano, piano si cresce, si fa esperienza, si afferma la personalità e se hai seminato bene lungo il cammino, vedrai negli altri te stessa; se invece hai seminato male, vedrai negli altri una minaccia, un problema. Tuttavia, il fatto che tu riesca a vedere te stessa nel tuo prossimo, nell’altra persona, può in alcuni casi penalizzarti, perchè c’è gente che si approfitta di questa innocenza. In questo caso un sano egoismo può difenderti dai furbi, senza violenza, senza cattiveria, solo un allontanamento intelligente che possa far capire che tu non sei qui per servire o per essere servita, ma per condividere un’esperienza.”. Mia figlia mi guarda e ridendo dice: “Non ho capito niente, ma mi piace quando parli di queste cose.”. Ridiamo insieme e le ripeto solo quello che in questo momento della sua vita è veramente necessario: “Siate amiche e vogliatevi bene, e se qualcuno vuole farvi del male, provate a ragionarci e se non cambia idea, fate un sorriso e prendete le distanze. Prima o poi ci penserà la vita a sistemare le cose.”. Lei mi riguarda e so già cosa sta per dire: “Ho capito solo la prima parte. Comunque, se tu fossi razzista, io non lo sarei.”. Ridiamo tutti, ma dentro di me continuano a vorticare pensieri di solidarietà per tutte quelle persone, famiglie, bambini, che non desiderano altro che avere la possibilità di vivere una vita dignitosa. Oltre a dover combattere per sopravvivere, devono lottare anche contro il razzismo. Basterebbe così poco per vivere sereni, uniti, per il bene comune. Invece influenziamo i figli, con il nostro umore, i nostri pensieri negativi, lo stress e con atteggiamenti che forse nemmeno ci appartengono, ma che assimiliamo nel tempo dalle persone sbagliate, invece di correggerle. Non è sempre facile. Dopotutto anche io da ragazzo venivo considerato diverso. Quella volta che consigliai un coetaneo di quattordici anni, gli altri mi risero dietro chiamandomi “filosofo del cazzo e uomo maturo”. I diversi fanno paura, perchè non hanno paura di essere diversi. Il tempo mi ha dato ragione.


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