Ho voglia di raccontarvi di quella volta in cui decisi di invertire le mani sul manubrio della bici. Avrò avuto circa quattordici anni. Pedalavo contromano, primo pomeriggio, strada deserta. Ero contento, non ricordo per cosa. Per un motivo sicuramente riconducibile a qualche deformazione all’encefalo ad oggi mai individuata, guardai il manubrio, invertii le mani incrociando le braccia, perdendo, di conseguenza, il controllo del mezzo. Andavo spedito e ad una certa velocità la bicicletta si incazza se con la mano destra (che poi era la sinistra) ruoti il manubrio di novanta gradi. Prima fai una capriola e poi ti ritrovi con le chiappe a terra, se sei fortunato. Il tutto avvenne in due secondi scarsi in cui ebbi il tempo di domandarmi dove fosse finita la bici, prima che mi arrivasse in testa. Quasi tutti i giorni percorro quella via. Rivedo quel ragazzino a terra, nella strada deserta, che sorride, si tocca la testa, si rialza, controlla la bici, ride ancora, scuote la testa, sale sulla bici, riparte e pensa: “Oggi hai superato la prova coglione. Bravo!”. Per un attimo riusciamo a vedere l’altro oltre il tempo che ci separa. Lui mi sorride ed io trattengo una lacrima. Lo vedo andar via, senza pensieri.
“Non incrociare più le braccia ragazzo. Tienile ben salde sul manubrio.”